Il monito di pietra di Artegna e la forza della sussidiarietà: cinquant’anni dopo quel 6 maggio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sul colle di San Martino, ad Artegna, da dove il 6 maggio del ’76 – una data che ancora oggi pulsa nella memoria collettica come una ferita cicatrizzata ma non richiusa – si poteva osservare il paese ridotto a un ammasso di macerie, è stato inaugurato un monumento che celebra il coraggio della rinascita. L’opera, realizzata dall’artista Giovanni Basso, non è un semplice obelisco celebrativo bensì una composizione complessa, quasi drammatica, nella quale figurano una donna sofferente (immagine viva del Friuli sotto i calcinacci), un’aquila ferita e un germoglio che, contro ogni previsione, torna a crescere. Tre elementi che, nell’insieme, raccontano senza retorica il paradosso di quella tragedia: la massima della fragilità umana divenuta, suo malgrado, il laboratorio più avanzato di solidarietà organizzata.

Il cardinale Zuppi e la lezione della fragilità

È stato proprio sul tema della fragilità, intesa non come debolezza ma come condizione esistenziale che spinge all’unione, che il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale e arrivato a Gemona in mattinata, ha incentrato il suo intervento. “La vera forza – ha detto – è quella di unirsi e di ricostruire”. Un’affermazione che, nella sua essenzialità, richiama l’esempio lasciato dai friulani: una mobilitazione spontanea e insieme istituzionale, dove la parola chiave individuata da Zuppi è stata “unità e solidarietà”. Quel vocabolo, spesso abusato, qui acquista il peso specifico di una scelta politica e sociale; perché, come osservò qualcuno in quei giorni, dopo la scossa si vide il peggio dell’uomo ma anche il meglio, e quest’ultimo – va detto – fu organizzato, pensato, voluto.

Il murale di Magnano in Riviera, presidio per chi non c’era

Non solo pietra, però. A Magnano in Riviera – uno dei centri che subì più duramente il sisma e che, al contempo, divenne uno dei pilastri della ricostruzione – è stato inaugurato un murale destinato a trasformarsi in un presidio di memoria viva. L’assessore regionale Zilli, presente all’evento, lo ha definito uno strumento che parla a chi c’era, ma soprattutto a chi non era ancora nato. Perché la distruzione, spiega il senso profondo di quell’opera figurativa, può diventare il preludio di una rinascita straordinaria a patto che sia sostenuta dalla dignità di un popolo. E la canzone, quella intonata dai bambini del ’76, riporta con “devastante semplicità” – cita Zilli – la potenza della tragedia così come venne descritta nei quaderni di scuola: senza filtri, senza retorica, con la purezza di chi la morte la immagina ancora astratta.

Giorgio Vittadini e la sentenza che riscrive il modello Friuli

C’è un altro sguardo, più giuridico e insieme più profondo, con cui osservare quanto accaduto cinquant’anni fa. Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà da lui stesso fondata quasi un quarto di secolo fa, lo riassume così: “Ciò che avvenne allora si capisce appieno solo oggi”. E lo si capisce alla luce di una sentenza, la 192 del 2024 della Corte costituzionale, la quale ha riscritto il principio di sussidiarietà non più come mera delega dal basso verso l’alto o viceversa, ma come distribuzione dei poteri secondo il criterio del bene comune, realizzata attraverso la collaborazione effettiva tra istituzioni e realtà sociali. Quel terremoto, insomma, fu il primo caso concreto – ante litteram – di applicazione di un metodo che oggi viene studiato in tutto il mondo: dove i friulani non aspettarono tutto dallo Stato, ma neppure si chiusero in un localismo orgoglioso; scalarono insieme un problema che pareva insormontabile.

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