Trent'anni dopo Rabin, il monito di Herzog su odio e violenza
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Redazione Esteri
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L’autunno a Tel Aviv è estate e inverno insieme, un contrasto che sembra riflettersi nella memoria di un evento che ha segnato la storia, dove le notti d’oriente, scendendo fredde e rapide, fanno da sfondo al ricordo di un giorno rovente. “Tutto poteva essere diverso”, riecheggia, a trent’anni di distanza, come un monito che non perde attualità. Yitzhak Rabin, infatti, fu ucciso al termine di una manifestazione per la pace, davanti a migliaia di persone, da tre colpi sparati a bruciapelo, un atto che interruppe bruscamente il cammino intrapreso con gli accordi di Oslo e quella stretta di mano con Yasser Arafat che aveva promesso un futuro diverso.
L'atto che ha cambiato la storia
L’assassino, Yigal Amir, era un giovane estremista della destra religiosa, legato a un partito poi messo fuorilegge per razzismo, e la sua azione non fu un gesto isolato ma il culmine di un clima di feroce ostilità. Rabin, che aveva impresso una svolta coraggiosa al processo politico, era diventato il bersaglio principale dell’odio di una certa frangia sionista religiosa, al punto che, emblematicamente, un altro giovane militante si era allora vantato di essere arrivato fino alla sua auto, affermando con spavalderia di aver avuto la possibilità di colpirlo. Quel percorso di pace, che sembrava aver aperto una crepa in un muro secolare, si è così infranto, lasciando un’eredità pesante e un vuoto che ancora oggi appare difficile da colmare.
Il monito nel presente
Il presidente Isaac Herzog, in occasione della cerimonia commemorativa statale per l’anniversario dell’omicidio, ha lanciato un allarme chiaro e diretto, sottolineando come il paese stia vivendo, in questi tempi, gli stessi livelli pericolosi di incitamento e violenza che avevano avvelenato l’atmosfera trent’anni fa. Il suo discorso, pronunciato alla vigilia della ricorrenza, ha messo in luce una continuità inquietante, un parallelismo che non può essere ignorato, pur nell’invito a “allargare il cerchio della pace”. La piazza di Tel Aviv, dove tutto accadde e che oggi porta il nome di Rabin, resta il simbolo potente di una speranza collettiva brutalmente interrotta, di una manifestazione di massa che voleva essere un sostegno pubblico agli sforzi per negoziare con i palestinesi.
Le conseguenze di un vuoto
L’onda lunga delle conseguenze di quell’omicidio, come si evince dalle riflessioni che circolano in queste settimane, si fa ancora sentire con forza sulla storia e sulle vicende tragiche di chi vive in Medioriente. Israele, come viene osservato, “ancora si deve riprendere” da un evento che non ha solo eliminato un leader ma ha deviato un intero processo politico, lasciando un solco profondo in una società dove le divisioni, allora come oggi, rischiano di esplodere in forme di violenza inaccettabili. La sua figura, e il sogno di pace che rappresentava, rimangono dunque un punto di riferimento cruciale, una memoria viva che interroga il presente senza offrire facili consolazioni, in un contesto dove le parole d’odio di ieri sembrano trovare, purtroppo, un’eco in quelle di oggi.




