Israele, trent'anni dopo l'omicidio di Rabin

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La sera del 4 novembre 1995, in quella piazza Re di Israele a Tel Aviv che avrebbe dovuto celebrare la speranza, non si è consumata soltanto la morte di un uomo, bensì l'eclissi, progressiva e inarrestabile, di un intero progetto politico. Yitzhak Rabin, il primo ministro che aveva osato stringere la mano a Yasser Arafat e dare concretezza agli accordi di Oslo, fu fermato dai proiettili di Yigal Amir, un estremista che, con quel gesto, non intendeva soltanto eliminare un avversario ma seppellire l'idea stessa di compromesso. La pallottola, che pose fine alla vita del leader, trapassò simbolicamente le fondamenta dello Stato, minandone gli equilibri democratici e spianando, di fatto, la strada a una deriva nazionalista e intransigente della quale, oggi, si misurano le conseguenze più profonde.

L'eredità di un simbolo

A distanza di tre decenni, l'eco di quell'omicidio risuona con una potenza che non accenna a affievolirsi, come dimostra la presentazione del libro “E sceglierai la vita” di Adam Smulevich, un'opera che riporta l'attenzione sulla figura del premier e sul suo testamento politico. All'evento, che ha visto la partecipazione di personalità come la vicepresidente del Parlamento Europeo Pina Picierno e il figlio di Rabin, Yuval, si è discusso di come quell'attentato abbia segnato uno spartiacque nella storia mediorientale. La narrazione si è concentrata, senza indulgenza per i facili sentimentalismi, sulla frattura insanabile che si produsse allora nel corpo della nazione, una lacerazione che ha reso quasi impossibile, per il Paese, ritrovare una propria unità attorno a quei principi di dialogo e di pace che Rabin impersonava con la sua autorevolezza di soldato e statista.

Le indagini e l'onda lunga della violenza

Le inchieste giudiziarie che seguirono l'assassinio, pur accertando le responsabilità dell'esecutore materiale e di una cerchia di complici, non riuscirono a placare il dibattito pubblico su possibili negligenze nei servizi di sicurezza o su un clima di odio fomentato da frange estremiste che, in qualche modo, preparò il terreno alla tragedia. La cronaca nera di quei giorni, trattata con il necessario rispetto per le vittime e per la gravità dell'accaduto, si intrecciò immediatamente con la dimensione politica, rivelando le profonde tensioni che scuotevano la società israeliana. Quel delitto, come è emerso in sede processuale, non fu un atto isolato di follia, bensì l'apice di una campagna di delegittimazione violenta, i cui effetti continuano a riverberarsi nelle dinamiche attuali, influenzando scelte di governo e l'atteggiamento verso il processo di pace.

Il vuoto di una prospettiva

Ciò che più colpisce, oggi, è constatare come Israele non abbia mai saputo, o potuto, colmare il vuoto lasciato da Rabin. La sua scomparsa, infatti, ha privato la scena politica non solo di un leader carismatico, ma di un intero orientamento strategico, fondato sulla ricerca di una soluzione negoziata e sulla convinzione che la sicurezza potesse passare anche attraverso il riconoscimento dei diritti dell'altro. L'ondata di ostilità che caratterizzò il periodo precedente l'omicidio, fatta di manifestazioni violente e di una retorica tossica che dipingeva il premier come un traditore, ha finito per normalizzare un linguaggio e una prassi che hanno allontanato, anno dopo anno, la possibilità di un dialogo autentico, lasciando il campo libero a una polarizzazione che appare, ormai, strutturale.

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