Ben Gvir, il provocatore e quella “disgrazia nazionale” che fa vergognare Grossman

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La scena, per chiunque abbia familiarità con la deriva più oscura della politica mediorientale, possiede una premonizione agghiacciante. Siamo nel 1995, e un giovane attivista di estrema destra, un tale Itamar Ben Gvir, si presenta davanti alle telecamere della televisione israeliana brandendo lo stemma della lussuosa automobile del Primo Ministro Yitzhak Rabin. L’oggetto, però, non è un semplice trofeo; è un macabro avvertimento. “Come siamo arrivati alla macchina di Rabin”, dichiara allora con una sicurezza sinistra, “arriveremo anche a lui”.

All’epoca, molti poterono liquidare quelle parole come la retorica incendiaria di un piromane ai margini della scena politica. E invece, a distanza di decenni, l’allora sconosciuto estremista non solo è diventato una pedina decisiva per la tenuta del governo di Benjamin Netanyahu, ma incarna oggi – nelle parole di una delle coscienze più lucide d’Israele – una vera e propria “vergogna nazionale”.

L’antipatico erede di una notte di novembre

Per comprendere la gravità del fenomeno Ben Gvir, forse, è necessario riavvolgere il nastro della storia fino a quella tragica notte del 4 novembre 1995, quando un proiettile assassino spezzò la vita di Rabin e, di fatto, il processo di pace di Oslo. Ben Gvir, allora appena diciannovenne, era già un volto noto nei circoli dell’odio; aveva militato nel Kach, un’organizzazione dichiarata poi fuorilegge per il suo razzismo antislamico e il sostegno esplicito al terrorismo.

La sua carriera politica, costellata da condanne per incitamento e violenza, è la cronaca di un’ascesa che molti giudici e analisti, come emerge dalle cronache recenti, considerano quantomeno inquietante. Oggi, però, quell’antipatico personaggio da cortile non è più un semplice agitatore: siede al Ministero della Sicurezza Nazionale e, dai recenti fatti di cronaca – come il trattamento riservato agli attivisti della Flotilla diretti a Gaza – sembra determinato a trasformare le antiche minacce in prassi di governo.

La sua è una leadership basata sulla provocazione permanente, un’arte che padroneggia con la stessa abilità con cui, da avvocato, difendeva i coloni più violenti.

La voce pacifista che non tace

Mentre la polvere sollevata dalle provocazioni di Ben Gvir si alza dai porti israeliani, dall’altra parte della barricata ideologica si leva la voce di David Grossman. Lo scrittore, che ha fatto del coraggio e della coerenza i suoi tratti distintivi – avendo perso un figlio nel conflitto in Libano senza mai rinunciare a sognare la pace – è stato recentemente ospite di un programma televisivo italiano, gettando luce su una crepa profonda che attraversa la società israeliana. Grossman non usa mezzi termini.

Di fronte all’atteggiamento di certi esponenti politici, l’autore ha confessato un sentimento viscerale: la vergogna. “Mi vergogno di ciò che accade a casa mia, nel mio giardino”, ha detto, riferendosi a un esecutivo che, nelle sue cordate più estreme, sembra aver smarrito ogni barlume di umanità. Ma, attenzione: l’analisi di Grossman non si ferma alla facile condanna morale. Lui, che conosce le pieghe più complesse dell’animo umano, cerca di spiegare la radice di un male che sembra divorare sia gli israeliani sia i palestinesi.

“Se si nasce in un ambiente violento e passi tutta la tua vita in questo ambiente”, ha osservato, “è molto semplice capire perché gente, gruppi e comunità si attaccano al male, al razzismo, al fanatismo”.

Un’analisi strutturale del fallimento politico

Eppure, al di là della retorica dei sentimenti, c’è un dato di fatto ineludibile che emerge dall’analisi della sua gestione: Ben Gvir, come ministro, è un fallimento. E non lo si dice per partito preso. I numeri e le cronache giudiziarie parlano chiaro. Sotto la sua egida, la criminalità organizzata – in particolare nelle comunità arabe israeliane – ha toccato picchi record di omicidi, e la violenza è dilagata in strade che avrebbe il dovere di proteggere.

Un paradosso solo apparente: chi ha costruito la propria fortuna politica sulla retorica della “mano dura” si sta rivelando clamorosamente incapace di garantire l’ordine. Per molti osservatori, i suoi gesti plateali – dall’umiliazione dei cittadini europei della Flotilla fino alla macabra torta di compleanno decorata con un cappio – non sono i sintomi di una personalità fuori controllo, ma piuttosto calcoli cinici e lucidi.

La provocazione, in questo contesto, diventa lo strumento per delegittimare le istituzioni e mantenere acceso un clima di tensione utile solo a chi, come lui, vive nell’incitamento. A smontare questa pericolosa narrazione ci pensa Grossman, che ricorda come esista un’altra Israele: quella delle decine di migliaia di cittadini che ogni sabato sera scendono in piazza per protestare contro una deriva che sentono lontana dalla propria coscienza.

Quella di Grossman è una lezione di realismo, che prova a tagliare il nodo dell’odio senza cadere nella trappola della semplificazione. Se Ben Gvir rappresenta la “disgrazia nazionale”, la risposta non può essere la rassegnazione. Lo scrittore, con la compostezza di chi ha visto la guerra in faccia, ammonisce che la condanna a uccidere e a essere uccisi non è scritta nel destino di nessuno. Il diritto al dialogo, sostiene, deve essere rivendicato da “coloro che credono ancora nella possibilità di cambiare questa situazione”.

Solo così, forse, si potrà scongiurare il rischio di restare paralizzati, per altri cento anni, dentro una morsa di violenza che sembra non avere fine.

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