Grossman e la parola "genocidio": il dibattito che divide Israele
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Redazione Esteri
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David Grossman, scrittore israeliano di fama internazionale, ha scelto di rompere un silenzio che per anni aveva mantenuto, definendo con "genocidio" quanto sta accadendo a Gaza. «Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola», ha dichiarato in un'intervista a Repubblica, «ma adesso non posso trattenermi». Le sue parole, cariche di un dolore che definisce "straziante", hanno riaperto un dibattito già acceso in Israele, dove la reazione è stata immediata e polarizzata.
Non tutti, però, condividono la scelta lessicale di Grossman. Liliana Segre, senatrice a vita e sopravvissuta alla Shoah, ha espresso riserve sull'uso del termine, considerandolo "troppo carico di odio" e strumentalizzato da chi cerca vendetta piuttosto che giustizia. Pur riconoscendo la gravità della situazione, Segre ha preferito mantenere un profilo basso, consapevole di come certe espressioni possano alimentare ulteriori divisioni.
Diversa la posizione di Fania Oz-Salzberger, storica e figlia del celebre Amos Oz, che pur non adottando la stessa definizione, non esita a parlare di "punto morale più basso" mai raggiunto da Israele. «Che si tratti di genocidio o crimini contro l'umanità», ha osservato, «il dolore per le vittime e la condanna di chi ne è responsabile devono essere al centro del dibattito».
Anna Foa, storica e studiosa di ebraismo, si è invece schierata senza riserve con Grossman, sottolineando come la sua autorità intellettuale renda l'accusa ancor più significativa. «Aspettavo le sentenze dei tribunali internazionali», ha ammesso, «ma ora non ho dubbi: ciò che avviene a Gaza rientra in quella categoria».




