Ben Gvir divide Israele: le accuse di Grossman e il peso delle provocazioni
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Redazione Esteri
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Ben Gvir è tornato al centro dello scontro politico e simbolico in Israele dopo le parole dello scrittore David Grossman, che lo ha definito “una disgrazia nazionale” parlando delle violenze delle forze israeliane contro gli attivisti della Flotilla. Ospite di Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa sul Nove, Grossman ha descritto il ministro della Sicurezza nazionale come il simbolo di una deriva che alimenta odio, fanatismo e tensione permanente. Le sue dichiarazioni arrivano in un momento in cui il nome di Ben Gvir continua a evocare divisioni profonde dentro la società israeliana, sia per il suo ruolo nel governo di Benjamin Netanyahu sia per il passato legato all’estremismo dei coloni.
La figura di Itamar Ben Gvir è infatti associata da anni a episodi che hanno segnato la memoria politica israeliana. Già nei mesi precedenti all’assassinio del Primo Ministro Yitzhak Rabin, il futuro ministro era diventato noto per un gesto rimasto simbolico: insieme ad altri estremisti di destra riuscì a staccare lo stemma dall’auto del premier. Mostrandolo alle telecamere della televisione israeliana, pronunciò una frase destinata a pesare negli anni successivi: “Come siamo arrivati alla macchina di Rabin, arriveremo anche a lui”. Quel passaggio continua a essere richiamato ogni volta che il dibattito pubblico israeliano torna a confrontarsi con il ruolo dell’estremismo politico e religioso.
Le parole di David Grossman contro Ben Gvir
Nel suo intervento televisivo, David Grossman ha espresso una condanna netta non soltanto nei confronti di Ben Gvir, ma anche del clima che si è consolidato in Israele dopo anni di conflitto e violenza. Lo scrittore ha detto di vergognarsi “di ciò che accade a casa mia, nel mio giardino”, riferendosi alle immagini delle violenze contro gli attivisti della Flotilla avvenute alla presenza del ministro della Sicurezza nazionale. Grossman ha sottolineato come figure politiche simili riescano ad alimentare sentimenti estremi e a trasformare il conflitto in una spirale continua di rabbia e radicalizzazione.
La presa di posizione dello scrittore assume un peso particolare anche per la sua storia personale. Grossman perse il figlio Uri nel 2006 durante il conflitto in Libano ed è da tempo una delle voci più conosciute del pacifismo israeliano. Nel suo ragionamento ha collegato il radicarsi del razzismo e del fanatismo a un ambiente segnato dalla violenza permanente. “Se si nasce in un ambiente violento e passi tutta la tua vita in questo ambiente, è molto semplice capire perché gente, gruppi e comunità si attaccano al male, al razzismo, al fanatismo”, ha spiegato durante l’intervista. Le sue parole descrivono un Paese logorato da decenni di tensioni e incapace, secondo la sua analisi, di interrompere un ciclo che coinvolge israeliani e palestinesi.
Il ruolo politico di Ben Gvir e la strategia della provocazione
Nel dibattito pubblico israeliano, Ben Gvir viene spesso descritto come una figura costruita sulla provocazione permanente. La sua immagine politica è legata a un nazionalismo religioso senza mediazioni, caratterizzato da toni estremi e da una presenza pubblica volutamente divisiva. Proprio questa esposizione continua lo ha trasformato in uno dei volti più riconoscibili della destra radicale israeliana, capace di attirare consenso ma anche di concentrare su di sé una parte consistente delle critiche rivolte al governo Netanyahu.
Le accuse rivolte al ministro non riguardano soltanto il linguaggio o i simboli utilizzati negli anni, ma anche l’effetto che la sua presenza esercita sul clima politico interno. I suoi detrattori lo descrivono come il rappresentante di una politica che alimenta scontri identitari e tensioni sociali, mentre le sue apparizioni pubbliche vengono spesso associate a momenti di forte polarizzazione. È in questo contesto che le parole di Grossman hanno assunto una risonanza particolare, riportando al centro del confronto israeliano il rapporto tra sicurezza, estremismo e responsabilità politica.




