Ben Gvir, il ministro che fa vergognare Grossman: “Una disgrazia nazionale”
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Redazione Esteri
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C’è un uomo, in questo preciso momento alla guida della sicurezza nazionale israeliana, la cui sola esistenza nelle stanze del potere – se è lectio chiamare “potere” ciò che spesso assomiglia a un’infiammazione controllata – spinge uno dei più grandi scrittori del paese a dichiarare pubblicamente la propria vergogna. Non un imbarazzo passeggero, intendiamoci, bensì quel senso di umiliazione profonda che si prova quando la propria casa viene deturpata da chi, paradossalmente, dovrebbe proteggerla.
David Grossman, voce pacifista che ha pagato il prezzo più alto sulla propria pelle con la perdita del figlio Uri durante il conflitto in Libano nel 2006, ha utilizzato parole pesantissime per descrivere Itamar Ben Gvir: “Una disgrazia nazionale”. Intervenuto a “Che Tempo Che Fa” su Nove, l’autore ha raccontato un paese logorato da decenni di violenza, incapace di spezzare una spirale che sembra coinvolgere tanto gli israeliani quanto i palestinesi, senza però cedere al fatalismo.
Le radici dell’odio e il “giardino” avvelenato
Per comprendere l’ascesa di Ben Gvir, bisogna forse tornare indietro di trent’anni, a quando il giovane attivista di estrema destra – seguace dichiarato del rabbino razzista Meir Kahane – riuscì nell’impresa di strappare lo stemma dall’auto del primo ministro Yitzhak Rabin. Mostrandolo trionfante alle telecamere, lanciò una minaccia che risuona ancora oggi sinistramente: “Come siamo arrivati alla macchina di Rabin, arriveremo anche a lui”.
Pochi mesi dopo, Rabin cadeva assassinato per mano di Yigal Amir, un estremista che, come poi emerse, guardava con favore al massacro di Baruch Goldstein. Ben Gvir, dal canto suo, ha tenuto a lungo appesa al muro di casa l’immagine proprio di Goldstein, colui che nel 1994 fece strage di palestinesi in preghiera a Hebron. Oggi, a differenza di allora, non è più un provocatore da salotto televisivo, ma un ministro con poteri effettivi, e questo – spiega Grossman – “non è semplicemente un prodotto di Israele, è terribile. io guardo questa situazione e mi vergogno di ciò che accade a casa mia, nel mio giardino”.
Violenza e flottiglia: la provocazione come metodo
Il detonatore dell’intervista, e della conseguente ondata di critiche internazionali, è stata l’ennesima escalation messa in scena dalle forze di polizia israeliane. Nello specifico, l’arresto e il trattamento riservato agli attivisti della “Flotilla” diretti a Gaza, una vicenda che ha visto Ben Gvir presente e, a quanto risulta, tutt’altro che intenzionato a calmare gli animi. Le immagini – diffuse anche dallo stesso ministro – ritraevano gli attivisti francesi ed europei a terra, bendati e con le mani legate, mentre lui si compiaceva della scena.
Un comportamento talmente “indicibile” (così è stato definito) che la Francia ha reagito prontamente, vietando a Ben Gvir l’ingresso nel territorio nazionale. Anche la Polonia, pochi giorni prima, aveva adottato un provvedimento simile, bandendolo per cinque anni. “Nel mondo democratico – ha dichiarato il ministro degli Esteri polacco – non si abusa e non si gongola sui detenuti”.
Grossman, nel suo intervento, ha voluto sottolineare come questa deriva non riguardi esclusivamente la figura del ministro, ma rappresenti il sintomo di un male più profondo: “Se si nasce in un ambiente violento e passi tutta la tua vita in questo ambiente, è molto semplice capire perché gente, gruppi e comunità si attaccano al male, al razzismo, al fanatismo”.
Un’opposizione che non si arrende al cinismo
Nonostante la condanna senza appello, e l’amarezza che trasuda dalle sue parole, lo scrittore israeliano rifiuta di identificare l’intero paese con la figura del ministro della Sicurezza nazionale o con la compagine di governo guidata da Benjamin Netanyahu. “Non pensiate che lui e Netanyahu siano Israele”, ha ammonito il premio Nobel per la Letteratura, quasi a voler proteggere un’identità nazionale dalle macchie che la stanno deturpando.
Ed è proprio in questo rifiuto della rassegnazione che Grossman innesta la sua critica più radicale: la violenza, per quanto devastante, non può essere considerata un destino ineluttabile. “Noi – ha affermato con quella calma che solo chi ha perso tutto può permettersi – non siamo condannati a morire, a uccidere, a essere uccisi”. La sua, insomma, è una voce che si oppone al “cinismo” dilagante; quella forza (forse l’unica rimasta) di chi crede che il dialogo sia ancora un’opzione percorribile, anche quando tutto intorno sembra spingere nella direzione opposta.
Le dichiarazioni dello scrittore hanno trovato spazio sulle principali testate internazionali, contribuendo a delineare un quadro dell’attuale esecutivo israeliano sempre più isolato sul fronte diplomatico, proprio mentre alcuni esponenti dell’estrema destra spingono per soluzioni militari drastiche come l’annessione totale della Striscia di Gaza.




