Grossman accusa: "Genocidio a Gaza", e la politica italiana si divide

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le parole di David Grossman, che per la prima volta ha definito "genocidio" quanto accade a Gaza, hanno squarciato il velo di prudenza che finora aveva caratterizzato il dibattito pubblico. Lo scrittore israeliano, intervistato da Repubblica, ha confessato di aver resistito a lungo all’uso di quel termine, ma di non potersi più sottrarre all’evidenza: «Dopo quello che ho letto, dopo le immagini che ho visto e dopo i racconti di chi è stato lì, non posso tacere». Una presa di posizione netta, che ha immediatamente ripercussioni sulla scena politica italiana, già divisa sulla questione palestinese.

Il Partito Democratico, attraverso i suoi esponenti, parla di «svolta» nelle parole di Grossman, sottolineando come il suo intervento possa costringere il governo a rivedere la posizione finora mantenuta sul riconoscimento dello Stato palestinese. «Ora cosa risponderanno Salvini, Meloni e Tajani a uno scrittore che ha sempre difeso Israele, ma oggi ne denuncia le derive?», è la domanda che circola negli ambienti del partito. Dall’altra parte, Avs non usa mezzi termini e accusa direttamente l’esecutivo di essere «complice» di quanto sta avvenendo, criticando la scelta di non prendere una posizione più ferma.

Grossman, del resto, non si limita a condannare. Pur ammettendo che i numeri dei morti e dei feriti passano attraverso il filtro di Hamas, e che Israele non può essere ritenuto l’unico responsabile, lo scrittore evidenzia il paradosso più doloroso: «Leggere che si associa Israele alla parola "fame", considerando la nostra Storia e la nostra presunta sensibilità verso la sofferenza umana, è devastante». Un giudizio che pesa come un macigno, soprattutto perché arriva da chi, per decenni, ha cercato di conciliare impegno civile e lealtà al proprio Paese.

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