Grossman rompe il silenzio: "Quello a Gaza è genocidio, non posso più tacere"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   David Grossman, una delle voci più autorevoli della letteratura israeliana, ha scelto di usare una parola che per anni aveva evitato: «genocidio». Lo ha fatto in un’intervista a Repubblica, dettata non da calcoli politici ma dall’accumularsi di notizie e testimonianze che, giorno dopo giorno, hanno reso insostenibile il suo silenzio. Tra il primo contatto per il colloquio e la sua realizzazione, meno di 24 ore, a Gaza sono morte 103 persone: 47 uccise mentre cercavano aiuti alimentari, sette per fame, le altre in operazioni militari. Numeri che Grossman ha letto su Haaretz, come chi scrive, e che hanno trasformato la sua riflessione in un atto di denuncia.

«È una parola valanga», ha spiegato lo scrittore, «una volta pronunciata, cresce e travolge tutto». Un termine che porta con sé un peso storico ineludibile, soprattutto per un intellettuale israeliano che ha sempre cercato di conciliare critica e amore per il suo paese. Ma ciò che sta accadendo a Gaza, ha sottolineato, non lascia spazio a dubbi: «Dopo quello che ho letto, le immagini viste, i racconti di chi è stato lì, non posso più trattenermi».

Mentre Grossman parlava, a Washington la posizione dell’amministrazione Trump rimaneva ferma: il riconoscimento dello Stato palestinese sarebbe «un regalo ad Hamas». Il presidente, seppur sfiorato dalle domande sulla crisi umanitaria, ha ribadito su Truth Social che l’unica soluzione è la resa del gruppo militante e la liberazione degli ostaggi. Intanto, i media israeliani lanciavano l’allarme su uno «tsunami politico globale»: le accuse di genocidio, unite alla crescente pressione europea per il riconoscimento della Palestina, rischiano di isolare Israele

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