Grossman e Montanari: la parola "genocidio" che squarcia il silenzio su Gaza
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Redazione Esteri
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Quando David Grossman, scrittore israeliano la cui voce ha attraversato decenni di conflitti senza mai perdere la sua forza profetica, pronuncia la parola "genocidio", il peso di quel termine non si limita a un’accusa politica. È un crollo, il cedimento di un argine che per mesi, forse per anni, aveva trattenuto il riconoscimento pubblico di ciò che Gaza vive. Grossman, che conosce il dolore della guerra avendo perso il figlio nel 2006, non usa quel vocabolo con leggerezza. Eppure, di fronte all’evidenza dei fatti, ha scelto di rompere ogni reticenza.
La stessa denuncia arriva da Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di Siena, che in un’intervista a In Onda (La7) ha definito senza mezzi termini la situazione a Gaza come un "genocidio", aggiungendo un elemento finora sottaciuto: "È anche italiano, perché è fatto con le armi di Leonardo". Un riferimento alle esportazioni belliche che, secondo i dati ufficiali, continuano nonostante le condanne internazionali. Montanari non si limita a una critica a Israele, ma punta il dito contro le democrazie occidentali, colpevoli di aver assecondato, con il loro silenzio, una strategia di annientamento.
Che la fame sia stata usata come arma lo dimostra un’inchiesta del Guardian, che ha ricostruito la "matematica della fame" applicata a Gaza. Tra marzo e giugno, Israele ha permesso l’ingresso di 56mila tonnellate di cibo, meno di un quarto del fabbisogno stimato dalle Ong. Una riduzione calcolata, non casuale, che riporta alla mente le parole di un collaboratore dell’ex premier Ehud Olmert nel 2006: "Mettiamoli a dieta, senza farli morire". Una logica che oggi, secondo gli analisti, ha superato ogni limite, trasformando la privazione in un sistema di controllo e sofferenza pianificato.




