L’effimera e il provocatore: quando la poesia si fa metro
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Mi capita spesso, spostandomi sui mezzi pubblici, di ritrovare lo sguardo a vagare su dettagli che sfuggono alla fretta dei pendolari. E così, sulla metropolitana parigina, è accaduto di incrociare i versi enigmatici di Laurent Moccozet, quel cinquantottenne che ha scelto di affidare le proprie parole al vagone come fossero una stazione di passaggio obbligata per l’anima. “Sono nato da un’effimera e da un provocatore, sono la loro incrinatura adorata”, recitava il testo, e subito dopo l’immagine di brecce che lasciano passare la luce. In quei frammenti, nella loro materialità di vernice su metallo, si avverte una verità più solida di molti trattati: la poesia, quando è autentica, non chiede spazi consacrati, ma si insinua persino nel rumore di fondo di una città che corre. E quel gesto, il fermarsi a fotografare un verso che a prima vista sfugge, è il primo atto di resistenza contro l’obsolescenza del linguaggio.
L’ascolto che scava nel tempo della rapidità
C’è un paradosso, nell’era della rapidità, che appare sempre più evidente. Ogni parola sembra consumarsi nell’istante stesso in cui viene pronunciata, ridotta a messaggio effimero che scorre su uno schermo per poi scomparire. Eppure, in questo stesso scenario, qualcosa riaffiora con una tenacia che ha del prodigioso. Il verso inciso su un muro, o stampato su un manifesto della metropolitana, opera una sottrazione: ci toglie dal flusso. Leggere poesia, in questi luoghi, significa accettare di non capire subito, di rimanere nel dubbio fino a quando quel dubbio stesso non diventa una forma di conoscenza più intima. È quello che mi è accaduto davanti ai versi di Moccozet: alcuni termini mi sfuggivano, eppure la necessità di tornare su di essi, di fotografarli per rileggerli con calma, restituiva alla poesia la sua funzione originaria, quella di essere una parola che scava invece di scorrere.
Il mistero del verso che diventa patrimonio collettivo
Si parla spesso, in occasione della Giornata Mondiale della Poesia, di una pratica millenaria capace di attraversare epoche senza perdere la sua essenza. C’è da chiedersi, però, quale sia il meccanismo profondo che trasforma dieci versi in un bene comune, in qualcosa che non appartiene più soltanto all’autore ma diventa parte del nostro immaginario collettivo. Forse, come osservato in occasione delle celebrazioni in Vaticano, la poesia è innanzitutto una forma di ascolto radicale. Nasce dal silenzio, da quella capacità di farsi spazio dentro di sé che assomiglia a un’educazione, e forse richiede al poeta di diventare non tanto un creatore solitario quanto un interprete del visibile e dell’invisibile. Da questo dialogo, che ha del misterioso, prende forma una parola capace di attendere: una parola che non impone la propria presenza, ma si offre con pazienza, sapendo che il lettore arriverà al momento giusto.
Le brecce della metro e la resistenza delle sillabe
Non c’è nulla di occasionale, dunque, nel fatto che la poesia scelga come sua dimora i luoghi del transito e del rumore. La sua presenza si rinnova proprio lì dove il linguaggio appare più fragile e disperso, nei corridoi sotterranei della metropolitana come nelle cronache segnate dalla durezza dei fatti. I versi di Moccozet parlano di incrinature adorate, di particelle scindibili: immagini che restituiscono l’idea di una bellezza che non è integrità perfetta, ma piuttosto capacità di lasciar filtrare la luce attraverso le proprie crepe. È una lezione che vale anche per il modo in cui raccontiamo la realtà. Anche nella cronaca nera, quando ci si concentra sulle inchieste e sugli sviluppi giudiziari senza cedere al dettaglio esplicito, c’è una forma di pudore che richiama quella stessa etica: lasciare che sia la luce a passare attraverso le ferite, piuttosto che soffermarsi sulla loro consistenza. In questo senso, la poesia resiste ai secoli e alle profondità dell’esistenza, caparbiamente, perché insegna a non avere fretta di concludere.




