Trent'anni dopo Rabin, l'eredità di un assassinio che cambiò il Medio Oriente
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Redazione Esteri
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Il 4 novembre del 1995, Yitzhak Rabin, primo ministro israeliano, concluse il suo discorso a un comizio a sostegno degli accordi di Oslo, intonando con la folla la “Canzone della Pace”. Pochi istanti dopo, mentre scendeva dalla scale del municipio di Tel Aviv, Yigal Amir, un estremista della destra messianica, gli esplose contro tre colpi di pistola, ferendolo mortalmente. L’assassinio, che il dottor Joseph Klausner, all’epoca capo della chirurgia dell’ospedale Ichilov, definisce un ricordo indelebile “fino all’ultimo battito del mio cuore”, non spezzò soltanto la vita di un leader; interruppe bruscamente, e forse definitivamente, un processo politico che mirava a una riconciliazione storica. La morte di Rabin, il cui funerale vide la partecipazione di capi di Stato da tutto il mondo, rappresenta una cesura nella storia israeliana, un prima e un dopo caratterizzato da un’irrimediabile frattura nella percezione della sicurezza e del dialogo, la cui assenza si fa sentire ancor oggi.
La memoria e le accuse nella ricorrenza
Nel trentesimo anniversario della morte del padre, Yuval Rabin ha rievocato pubblicamente il clima di odio che, a suo dire, parti della destra israeliana alimentarono contro il premier prima del fatidico attentato. Senza mezzi termini, ha indicato in Benjamin Netanyahu, allora leader dell’opposizione, e nell’attuale ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, alcuni degli esponenti che contribuirono a creare un ambiente tossico, avvelenato da una retorica violenta. Un risentimento che, stando al racconto della famiglia, si manifestò platealmente anche durante i funerali di Stato, quando la vedova Leah Rabin si rifiutò di stringere la mano a Netanyahu, in un gesto di profonda e silenziosa accusa che fotografava le tensioni insanabili all’interno della politica nazionale.
L’attualità di un conflitto irrisolto
Mentre si commemorava il sacrificio di Rabin, le cronache da Gaza riportano notizie di scontri e di una complessa trattativa. Fonti informative parlano di un’offerta statunitense che garantirebbe a Hamas “un corridoio sicuro”, un tentativo di mediazione per facilitare gli scambi di prigionieri e il ritorno dei corpi degli ostaggi deceduti. Il gruppo militante, dal canto suo, sta impiegando la sua “Shadow Unit”, la stessa che in passato sorvegliava i prigionieri israeliani, per localizzare proprio i resti dei rapiti uccisi in due anni di guerra. Gli incidenti, che hanno visto miliziani emergere da tunnel in zone sotto controllo israeliano, continuano a minare le già fragili tregue, causando vittime da ambo le parti e confermando la persistenza di un braccio di ferro che la diplomazia fatica a comporre.
Le ombre lunghe dell’estremismo
L’omicidio di Rabin, pianificato e eseguito da un estremista ebreo che si opponeva a qualsiasi concessione territoriale, dimostrò come la minaccia alla stabilità di Israele potesse provenire anche dal suo interno. Quell’atto, che Yuval Rabin collega esplicitamente all’incitamento di certi ambienti politici, non solo rimosse un architetto della pace ma instillò un timore profondo, un mutamento nella società che ancora oggi influisce sul dibattito pubblico e sulle scelte di sicurezza. La figura di Rabin, il suo tentativo di negoziato e la sua fine tragica rimangono dunque un punto di riferimento cruciale, uno spartiacque la cui memoria è invocata per comprendere le radici di un presente ancora segnato dal conflitto e dalla divisione.




