Il Vietnam, cinquant’anni dopo: tra eredità della guerra e nuovi equilibri

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre i telegiornali di oggi, sommersi da un flusso incessante di notizie spesso frammentarie e poco attendibili, perdono pezzi di audience tra le giovani generazioni, cinquant’anni fa la Rai – allora unico canale d’informazione – raccontava una guerra che avrebbe segnato la storia: il Vietnam. Quella stessa guerra che, conclusasi il 30 aprile 1975 con la caduta di Saigon, viene oggi ricordata non solo come una pagina di sangue, ma come un conflitto i cui strascichi continuano a pesare.

Le armi chimiche utilizzate dagli Stati Uniti – l’agente Orange su tutte – hanno lasciato un’eredità di sofferenza che il Paese ancora oggi sconta, con migliaia di persone affette da malformazioni e malattie croniche. Se il leader vietnamita To Lam ha celebrato l’anniversario parlando di «vittoria della fede», la realtà odierna è fatta di pragmatismo: il Vietnam, pur mantenendo salda l’ideologia comunista, ha aperto le porte agli investimenti stranieri, compresi quelli americani. Una contraddizione solo apparente, in un mondo dove gli ex nemici diventano partner economici.

Intanto, la Cina – che nel conflitto vietnamita giocò un ruolo cruciale sostenendo il Nord comunista – oggi scrive un’altra pagina della sua ascesa. Mentre Washington inasprisce i dazi, Pechino aggira gli ostacoli diversificando rotte e investimenti, dall’Africa all’America Latina, fino ai porti europei. Una strategia che ridisegna la geografia economica globale, lasciando alcuni, come l’Italia, ai margini.

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