Hiroshima, ottant’anni dopo: il ricordo e il monito in un mondo che riarma

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Matsui Kazumi, sindaco di Hiroshima e figlio di due sopravvissuti alla bomba atomica, oggi ripeterà le parole degli hibakusha: «Mai arrendersi». Un motto che risuona ancora più forte in questo ottantesimo anniversario, mentre i testimoni diretti di quel 6 agosto 1945 si riducono a poco più di centomila, con un’età media di 85 anni. La loro associazione, la Nihon Hidankyo, insignita del Nobel per la pace lo scorso anno, continua a lanciare un allarme: mai, come oggi, il rischio di un conflitto nucleare è stato così alto.

Quel mattino di ottant’anni fa, gli Stati Uniti sganciarono su Hiroshima «Little Boy», la prima bomba atomica utilizzata in guerra, seguita tre giorni dopo da «Fat Man» su Nagasaki. L’obiettivo dichiarato era accelerare la resa del Giappone, ma le conseguenze furono di una brutalità inimmaginabile: città rase al suolo, decine di migliaia di morti istantanei, altri condannati a una lenta agonia per le radiazioni. Terumi Tanaka, 93 anni, sopravvissuto a Nagasaki, ricorda ancora «quel bianco accecante» che precedette l’inferno. «Le sirene avevano suonato, ma nessuno si aspettava quello».

Oggi, tra i visitatori del Memoriale della Pace, c’è chi fissa le foto con sguardo smarrito. «We had no idea», mormora un turista americano, come se solo ora comprendesse davvero ciò che accadde. Le immagini parlano da sole: ombre umane impresse sui muri, orologi fermi all’ora dell’esplosione, volti sfigurati. Eppure, nonostante il monito della storia, la corsa agli armamenti non si è mai fermata.

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