Hiroshima, 6 agosto 1945: l’alba di un’era che ancora ci perseguita
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Redazione Interno
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Alle 8:15 di quel mattino, mentre il sole già riscaldava le strade di Hiroshima, un lampo accecante squarciò il cielo. In un attimo, la città cessò di esistere. Il Boeing B-29 Enola Gay, chiamato così con un’ironia macabra dal nome della madre del pilota, aveva appena sganciato Little Boy, la prima bomba atomica usata in guerra. Quarantaquattro secondi dopo il rilascio, l’ordigno esplose a 580 metri d’altezza, liberando un’energia che ridusse in cenere case, alberi, corpi.
Quel 6 agosto segnò l’inizio di un’epoca in cui l’umanità, per la prima volta, acquisì il potere di autodistruggersi. Tre giorni dopo, Nagasaki subì lo stesso destino. Il bilancio, approssimativo per la difficoltà di contare vite polverizzate, superò le 200mila vittime. Molti morirono all’istante, altri negli anni seguenti, straziati dalle radiazioni. Tra loro c’era Masao Tomonaga, allora bambino, sopravvissuto per diventare poi un esperto delle malattie da esposizione nucleare. «La mia esistenza», ha raccontato, «fu segnata da quel giorno».
La decisione di usare l’arma atomica, presa dal presidente Harry Truman, rimane uno dei nodi storici più controversi. C’è chi la giustifica come mezzo per abbreviare la guerra, chi la condanna come un crimine inutile. Quel che è certo è che da allora, l’ombra del fungo atomico non ha mai smesso di incombere. Oggi, mentre Donald Trump è di nuovo alla Casa Bianca e le tensioni con potenze nucleari come Russia e Cina persistono, il rischio di un conflitto atomico, sebbene spesso dimenticato, resta concreto.




