Mattarella a Gemona ricorda il sisma del ’76: «fu il Friuli a prevalere»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Cinquant’anni dopo, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è tornato a Gemona del Friuli per quel che – a guardare il programma della giornata – somigliava a una cerimonia istituzionale di rito; e invece, tra le macerie da tempo ricostruite e la memoria ancora fresca di chi quelle notti le ha vissute, il suo intervento ha preso una piega netta, quasi scolpita nella pietra. «Fu il Friuli a prevalere», ha detto, rivolgendosi a una platea che non ha dimenticato l’“Orcolat” – così chiamato in lingua locale il terremoto che il 6 maggio 1976 squarciò la terra, inghiottendo quasi mille vite – e che da allora ha trasformato la distruzione in un laboratorio di resistenza civile. Il capo dello Stato, presente al consiglio regionale straordinario del Friuli Venezia Giulia allestito al Teatro Cinema Sociale, ha voluto sottolineare come la reazione delle popolazioni colpite abbia anticipato di decenni quel concetto, oggi abusato, di resilienza: «Viene da pensare», ha osservato, «che sia nato qui, trovi in questa terra la sua radice, dal modo in cui i friulani hanno reagito all’Orcolat».

Le istituzioni a Gemona, tra omaggio e memoria collettiva

La giornata, iniziata con un omaggio al cimitero e proseguita con la visita alla mostra del Messaggero Veneto, ha visto un inedito bagno di folla per i due presidenti presenti. Se Mattarella era atteso da mesi, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha deciso solo pochi giorni fa di partecipare e prendere la parola, intervenendo anch’ella al consiglio straordinario. Nel suo discorso, brevissimo e concentrato sugli aspetti organizzativi e non su quelli propriamente commemorativi, la presidente del Consiglio ha ricordato come il terremoto del Friuli abbia gettato «le basi del sistema italiano di Protezione civile che conosciamo oggi»; un sistema, ha aggiunto, «di cui tutti andiamo fieri, che è all’avanguardia ed è diventato oggi un punto di riferimento a livello internazionale». Un passaggio, questo, che ha spostato l’asse della cerimonia dal solo ricordo delle vittime alla costruzione di una macchina statale capace di rispondere alle catastrofi.

Frane, crepe e una solidarietà che veniva da lontano

Nel suo discorso, Mattarella ha dedicato ampio spazio alla natura della solidarietà che si mobilitò dopo il sisma: «Arrivò da tutta Italia», ha detto, e lo fece in forme che travalicavano le appartenenze politiche o geografiche. Quel terremoto – che devastò non solo Gemona, ma interi comuni dell’area friulana – incontrò, secondo il presidente, una reazione fondata su «valori di coesione e responsabilità» che stanno alla base della Repubblica. Più che una lezione per il passato, l’intervento di Mattarella ha voluto essere un richiamo al presente: prevenire le catastrofi, ha argomentato, non significa solo mitigare gli effetti una volta che la terra ha smesso di tremare, ma costruire un’idea di futuro che «dipende da noi». Lo ha detto guardando la sala gremita di amministratori, ex volontari e sopravvissuti, senza mai calcare la mano retorica, ma nemmeno rinunciando a una certa asciuttezza.

L’Orcolat e quella radice della rinascita

C’è un termine, “resilienza”, che nei discorsi pubblici viene spesso abusato fino a diventare vuoto; ma Mattarella, citandolo, lo ha ancorato a un luogo e a un tempo precisi. «Fu il Friuli a prevalere», ha ripetuto quasi tra sé, riferendosi non a una vittoria militare o politica, bensì alla capacità di ricostruire case, campanili e relazioni sociali dove prima c’erano solo crepe e polvere. Il presidente ha evitato ogni speculazione su scenari futuri del sistema di Protezione civile, così come si è guardato dal trarre conclusioni generali sull’Italia di oggi. Al contrario, ha scelto di restituire al Friuli degli anni Settanta il ruolo di cantiere morale: un laboratorio nel quale – senza reti sociali moderne né strumenti digitali – la gente imparò che la ricostruzione non è solo un problema tecnico, ma una scelta collettiva. E l’omaggio a Gemona, nel cinquantesimo anniversario di quel 6 maggio 1976, è stato anche il riconoscimento che quella scelta, allora, salvò quel che restava di una terra.

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