Il modello Friuli e quella cicatrice che non smette di dolere: cinquant’anni dopo l’Orcolat, la politica e la memoria si incontrano a Gemona
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Redazione Interno
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Erano le otto e cinquantanove di quella sera del 6 maggio 1976, quando la terra iniziò a tremare per cinquantanove secondi che cambiarono per sempre il volto del Friuli. Un lasso di tempo infinitesimale, se rapportato alla scala geologica, ma sufficiente a spazzare via interi paesi, a spezzare novanta vite umane – novanta il numero esatto delle vittime accertate – e a lasciare centomila persone senza un tetto, costrette a dormire sotto le stelle o nelle tende della nascente protezione civile. Oggi, a mezzo secolo di distanza, Gemona del Friuli, l’epicentro simbolico di quella scossa di magnitudo 6.4, si prepara ad accogliere le più alte cariche dello Stato per una commemorazione che, se da un lato onora il ricordo di quel dolore immenso, dall’altro celebra quella che molti definiscono l’ultima grande prova di resilienza della Prima Repubblica.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sono attesi nel pomeriggio per un programma serrato che si snoderà tra la deposizione di una corona al cimitero monumentale e la partecipazione a un Consiglio regionale straordinario, ospitato al Teatro Sociale della cittadina. Un gesto, la loro presenza congiunta, che la governatore Massimiliano Fedriga ha interpretato come il segnale di un’attenzione mai scemata da parte dei vertici istituzionali verso una terra che seppe rialzarsi lì dove era caduta, anzi, proprio grazie a quella caduta forgiò un metodo. E sarà proprio il capo dello Stato a chiudere, idealmente, questa giornata di riflessione con il suo discorso, l’ultimo intervento in agenda prima del rientro a Roma.
Il terremoto, per chi lo ha vissuto come il giornalista Toni Capuozzo, è “una cicatrice”. E, come capita alle cicatrici, “a volte fanno male, come quando cambia il tempo, o quando fai il bagno nell’acqua fredda”. Ma da quel dolore, e Capuozzo lo sottolinea con la forza di chi c’era e scavò tra le macerie, emerse un modello insperato. Un modello che la sottosegretaria Savino ha riassunto efficacemente: una lezione di responsabilità, lavoro e – seppur nel rispetto dei dettami linguistici che evitano l’abuso di certi termini – di coesione territoriale. La Russa, presidente del Senato, ha parlato di “esempio di coraggio, solidarietà e responsabilità condivisa” -1, un sentimento che riecheggia anche nel telegramma inviato da Papa Leone, il quale ha definito la rinascita friulana un vero e proprio “modello di rinascita civile”.
L’eredità di un sisma che rivoluzionò la gestione delle emergenze
Se oggi l’Italia dispone di un Dipartimento della Protezione Civile in grado di coordinare soccorsi in tempo reale, lo deve in larga parte a quel 1976. Prima del sisma che colpì il confine nord-orientale, l’approccio alle calamità era frammentato e spesso inefficiente, come dimostrarono i casi del Belice o del Vajont. La ricostruzione affidata ai sindaci – un’intuizione attribuibile a Aldo Moro – fuse in maniera inedita la legittimità democratica delle amministrazioni locali con i poteri straordinari di un commissariato. Le fabbriche furono ricostruite prima delle chiese, su precisa indicazione del vescovo dell’epoca, monsignor Alfredo Battisti, perché senza lavoro non ci sarebbe stata dignità per sostenere il peso della rinascita spirituale. Una gerarchia di priorità che ancora oggi viene indicata come esempio di pragmatismo amministrativo.
Parallelamente, la comunità scientifica fece un salto di qualità epocale. L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e l’OGS di Trieste hanno recentemente pubblicato una “story maps” per raccontare quella sequenza sismica – che nel primo anno registrò oltre 1.200 eventi – sottolineando come da quel caos informativo nacque la necessità di una rete di monitoraggio capillare. Le 17.000 abitazioni crollate o dichiarate inagibili furono la molla per legiferare in materia di edilizia antisismica, un percorso lungo e tortuoso che ha reso il Friuli Venezia Giulia una delle regioni più sicure dal punto di vista strutturale, dove oggi la prevenzione scolastica riceve finanziamenti specifici per quasi 371 milioni di euro.
Gemona, la rinascita tra i cantieri e la memoria delle vittime
L’arrivo delle autorità a Gemona non è solo un atto dovuto, ma la presa d’atto di una rinascita tangibile. Le impalcature sono state tolte da anni dai monumenti simbolo come il Duomo, ma lo spirito di quella ricostruzione “dov’era e com’era” è ancora impresso nella regolarità delle mura e nella solidità dei palazzi. A cinquant’anni di distanza, chi visita la cittadina pedemontana fatica a immaginare la desolazione che seguì la prima scossa, quella che i friulani chiamano affettuosamente e terroristicamente “Orcolat”. Eppure, la cronaca di quei giorni riporta cifre da guerra: 137 comuni coinvolti su un’area di 5.700 chilometri quadrati e un sistema produttivo che vide paralizzato il 40% del comparto industriale udinese.
In questo contesto, la figura del volontario – e in particolare degli Alpini – divenne totemica. La loro capacità di organizzare tendopoli e ristabilire le vie di comunicazione fornì il prototipo di quell’esercito di uomini e donne in divisa che oggi, puntualmente, si mobilita per ogni terremoto che scuote lo Stivale. Il presidente del Senato ha voluto rendere omaggio non solo ai caduti, ma proprio a quella “forza” collettiva che seppe rialzarsi. Un coro unanime, quello delle istituzioni, che oggi trova spazio sui canali social e nelle agenzie di stampa, dove la retorica lascia spazio a una gratitudine cruda e tangibile per chi non si arrese.
La lezione per un Paese che continua a tremare
Se è vero che l’Italia è un laboratorio sismico a cielo aperto, le lezioni apprese tra le macerie di Venzone e di Osoppo sono state fondamentali per gestire le emergenze successive dell’Aquila (2009) e di Amatrice (2016). Tuttavia, come ha osservato il conduttore di inchieste Capuozzo, l’esperienza del “Modello Friuli” è forse “irripetibile”. Non solo per l’eccezionale combinazione di fattori umani – una popolazione abituata alla fatica rurale, una generazione cresciuta tra le due guerre – ma anche per la tempistica politica. La ricostruzione procedette spedita perché la politica nazionale, in un contesto di alta tensione come quello degli anni di piombo, decise una tregua sui propri conflitti ideologici per perseguire un bene comune percepito come superiore.
A cinquant’anni esatti da quei 59 secondi di terremoto, il Presidente della Repubblica e la Premier varcheranno la soglia del cimitero monumentale per deporre una corona. Un gesto silenzioso ma denso di significato, che precede la partecipazione alla seduta solenne del Consiglio regionale. In quella sala del Teatro Sociale, tra i rappresentanti delle forze dell’ordine e i 105 sindaci dei comuni colpiti, si siederanno anche i ministri Giancarlo Giorgetti e Luca Ciriani. La macchina organizzativa è rodatissima, blindata ma accogliente, pronta a ricordare che se oggi la Protezione Civile è un’eccellenza riconosciuta nel mondo, lo si deve a quelle macerie fumanti da cui, cinquant’anni fa, emerse la determinazione a non lasciare indietro nessuno.




