Mezzo secolo dopo quel sisma, Mattarella e Meloni ricordano il Friuli che si rialzò

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Era il 6 maggio 1976 quando la terra, senza alcun preavviso, decise di riscrivere la geografia fisica e umana del Friuli. Oggi, a cinquant’anni esatti da quella scossa che rase al suolo paesi interi e spezzò migliaia di vite, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha scelto le parole più pesanti – e insieme più necessarie – per definire l’accaduto: “Un evento che ha segnato la storia del Friuli e dell’Italia intera”. L’occasione era la seduta straordinaria del Consiglio regionale a Gemona, un luogo che di quella tragedia porta ancora i segni, non solo sui muri ricostruiti ma anche nella memoria collettiva. Mattarella, nel suo intervento, ha voluto sottolineare qualcosa che va oltre il lutto – e cioè la forza d’animo di quelle popolazioni, la loro capacità di non piegarsi del tutto, anzi di trasformare la disperazione in un “nuovo” rapporto con le istituzioni. Un rapporto, quest’ultimo, che da allora non sarebbe mai più stato lo stesso.

Le sue riflessioni, però, non si sono fermate alla cronaca di quel maggio lontano. Il Capo dello Stato ha infatti aggiunto un passaggio nodale, quasi monito per il presente: di fronte alle sfide della natura, ha spiegato, non ci si può limitare a mitigare gli effetti delle calamità. “Per quanto possibile”, ha detto, bisogna prevenirle, con azioni che tengano conto degli equilibri degli ecosistemi e di ciò che l’uomo ha realizzato nei secoli. Una frase, questa, che suona come un’indicazione di rotta, tanto più in un’epoca in cui i dissesti idrogeologici e i terremoti continuano a chiedere il conto a un territorio spesso costruito troppo in fretta. E proprio a Gemona, tra le montagne e le pianure che furono epicentro del dolore, Mattarella ha ricordato un altro lascito fondamentale di quella tragedia: la protezione civile italiana, nata in forma moderna proprio da quelle macerie, è oggi “un modello apprezzato ovunque”. Nessuna retorica, nel suo ragionamento, ma la constatazione di un sistema che, per quanto imperfetto, ha saputo insegnare qualcosa al mondo.

Il ruolo della protezione civile e le parole della presidente del Consiglio

Sulla stessa lunghezza d’onda si è collocata la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, intervenuta anch’ella alla seduta straordinaria di Gemona. Meloni ha ribadito un concetto che ormai appartiene alla vulgata istituzionale, ma che in questa occasione acquista un peso specifico in più: fu proprio in seguito a quel sisma del ’76 che si gettarono le basi del sistema italiano di protezione civile che conosciamo oggi. Un sistema, ha detto la premier, “di cui tutti andiamo fieri”, che è all’avanguardia ed è diventato “un punto di riferimento a livello internazionale”. Le sue parole, pronunciate a cinquant’anni esatti dalla scossa, hanno il sapore di un riconoscimento tardivo ma necessario: quella tragedia, insomma, non generò soltanto morti e distruzioni, ma anche una consapevolezza organizzativa che molti Paesi, ancora oggi, ci invidiano.

Il ricordo dei 29 soldati della Goi Pantanali

Ma la giornata di commemorazione, a Gemona, non poteva ignorare un capitolo drammatico e spesso raccontato solo a margine: la sorte dei militari. Come ogni anno dal 1976 – e questa mattina non ha fatto eccezione – è stata celebrata la messa solenne alla Goi Pantanali, la sede del Reggimento Logistico della brigata “Julia”. Lì, dentro quelle mura che allora ospitavano i reparti del Battaglione “Vicenza” e il Gruppo “Conegliano”, la scossa delle 21 provocò il crollo delle palazzine. I soldati, in quel momento, si trovavano per il riposo o per le attività serali. Morirono in 29. Nessun proclama, in quella cerimonia, solo il rito sobrio di un ricordo che non si è mai affievolito. Le loro bare, cinquant’anni fa, uscirono da quelle caserme tra la polvere e il silenzio; oggi un’altra messa, un’altra fila di nomi letti a bassa voce, un’altra prova che certi conti con la storia non si chiudono mai del tutto.

Prevenzione e memoria: i due pilastri di una ricorrenza che non passa

L’intervento di Mattarella, in questo quadro, ha offerto una chiave di lettura che va dritta al punto: non basta ricordare, bisogna capire. La sua sottolineatura sulla necessità di “prevenire” piuttosto che limitarsi a “mitigare” gli effetti delle calamità naturali suona come una critica implicita a certe politiche dell’emergenza permanente, quelle che intervengono solo quando il disastro è già avvenuto. E se è vero che la protezione civile italiana è diventata un modello – come hanno detto sia Mattarella che Meloni – lo si deve proprio a quel trauma collettivo del Friuli. Mezzo secolo dopo, tra le montagne ancora segnate e le città ricostruite pietra su pietra, il messaggio è chiaro: la memoria non è un esercizio retorico, ma il carburante di una responsabilità concreta. Ieri come oggi, di fronte alle scosse che non smettono di far tremare questa penisola, l’unica risposta degna di quel passato è quella che guarda avanti, senza dimenticare chi non ce l’ha fatta.

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