Il Friuli e l’«Orcolat»: cinquant’anni dopo la scossa che mutò il corso della ricostruzione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non bastarono nemmeno sessanta secondi, quel 6 maggio del 1976, per cancellare interi paesi e cambiare per sempre il volto della Carnia. La terra – che i friulani, con quel misto di rassegnazione e timore reverenziale, chiamano «Orcolat», quasi a voler personificare un male antico incarnato in un orco addormentato – si risvegliò con una ferocia che non si vedeva dal lontano 25 gennaio del 1348, l’anno della peste nera. Alle nove di sera, una violenta scossa di magnitudo 6.4 (registrata con epicentro vicino al Monte San Simeone) rase al suolo Gemona, Venzone e Osoppo, lasciando sul campo 990 vittime accertate, migliaia di feriti e una ferita nel tessuto urbano che sembrava incolmabile.

Ma se la cronaca di quella notte è costellata di polvere e silenzio, lo è altrettanto di una reazione inedita. In quelle ore, tra le macerie ancora fumanti, scattò un meccanismo che avrebbe ribaltato la tradizionale attesa degli aiuti dall’alto. Si attivò subito l’orgoglio del «fai da sé», alimentato – lo notarono presto gli osservatori esterni – dalla peculiare conformazione sociale della regione. Era il Friuli della «regione-caserma», dove la presenza massiccia di alpini e militari (circa settantamila uomini) trasformò il soccorso in un’operazione quasi familiare, spontanea, ben prima che la macchina statale entrasse a pieno regime.

A distanza di mezzo secolo, la lezione di quella stagione è stata richiamata ieri a Gemona dalle più alte cariche dello Stato. Il presidente Sergio Mattarella, la cui presenza era attesa da mesi, ha voluto sottolineare – sfidando una pioggia battente che ha accolto il corteo – come proprio in quelle valli sia nato un concetto oggi abusato ma lì autentico: la resilienza. «Viene da pensare che il concetto di resilienza sia nato qui, trovi qui in questa terra la sua radice», ha detto il Capo dello Stato, osservando come i friulani reagirono all’avversità senza mai contemplare l’abbandono dei loro luoghi. Al suo fianco, in quello che è stato descritto come un inedito bagno di folla bipartisan, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha voluto rimarcare l’efficacia del «Metodo Zamberletti», quel sistema di coordinamento che trasformò l’emergenza in una sfida tecnica vinta attraverso la delega ai sindaci e la competenza dei tecnici.

Il «modello Friuli» e la lezione di Robert Putnam

Per capire perché quella scossa fece meno rumore nella storia della burocrazia rispetto ad altre catastrofi nazionali, bisogna forse riavvolgere il nastro alla metà degli anni Novanta. Il politologo di Harvard Robert Putnam, nel 1993, tentò di sistematizzare le differenze civiche italiane in un famoso saggio. Legando l’efficienza dei governi locali a quello che lui definiva «spirito civico», Putnam contrapponeva il familismo amorale e le clientele del Meridione alla tradizione di autogoverno delle regioni del Centro-Nord. E quando gli chiesero di spiegare il miracolo friulano – dove in dieci anni si ricostruì tutto «dov’era e com’era» senza gli scandali che avrebbero macchiato altre ricostruzioni – lo studioso preferì glissare, definendo quasi gli eventi del Friuli un «caso a sé», poco italiano, forse per le sue radici mitteleuropee.

E in effetti, la gestione del post-sisma del ’76 è diventata un unicum nei manuali di protezione civile. Non si trattò solo di erigere nuove case, ma di farlo mentre la terra continuava a tremare (le violente scosse di assestamento dell’11 e 15 settembre fecero temere il peggio). La popolazione, stretta attorno ai propri amministratori, dimostrò quel «civicness» misurabile nelle piccole scelte quotidiane: le assemblee sotto i tendoni non discutevano di bizantinismi politici, ma se fosse più urgente costruire un asilo o un ambulatorio. Alla fine, come raccontano le testimonianze, costruirono entrambi. La ricostruzione non fu solo un atto edile, ma un patto sociale che, nelle intenzioni di Mattarella, va difeso oggi nell’ottantesimo della Repubblica come un baluardo contro la disunione.

Un anniversario tra cerimonie e memoria condivisa

La giornata di commemorazione si è svolta seguendo un protocollo serrato, iniziato al cimitero di Gemona con la deposizione di una corona in memoria delle vittime. Più tardi, durante il consiglio regionale straordinario ospitato dal Teatro Cinema Sociale, gli interventi dei presidenti hanno lasciato spazio a una riflessione più ampia sulla prevenzione. Mattarella, citato dalle agenzie, ha ammonito che non ci si può limitare a «mitigare» gli effetti delle catastrofi, ma bisogna, «per quanto possibile, prevenirli». Un accenno chiaro all’attuale fragilità idrogeologica e sismica del Paese, che mai come oggi torna prepotentemente alla cronaca.

Era presente, tra il pubblico, chi quella notte aveva solo dodici anni. Giuseppe Turchetti, oggi volontario della Protezione civile, ha riassunto il dramma e la rinascita raccontando di aver perso madre e sorelle sotto le macerie della sua casa. Eppure, nonostante il peso di quel dolore, è lo stesso Turchetti a guidare l’aiuto verso i terremotati dell’Emilia o di Amatrice, quasi a restituire il favore ricevuto cinquant’anni fa. Le campane di Gemona hanno suonato a festa nel pomeriggio, accompagnate (nonostante la pioggia che ha minacciato l’esibizione) dalle Frecce Tricolori, mentre il corteo si spostava a palazzo Elti per visitare la mostra fotografica allestita dal Messaggero Veneto.

La cronaca di quei 59 secondi, insomma, non è solo una pagina di lutto. È la dimostrazione – rarissima nella storia amministrativa italiana – di come la macchina dello Stato, ascoltando la società civile e affidandosi ai suoi migliori commissari, possa trasformare la polvere in pietra viva. Ecco perché, ancora oggi, quando si parla di terremoti in Italia, il nome del Friuli non si pronuncia mai con un tono di rassegnazione.

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