Il 1976 e l’«orcolat»: cinquant’anni dopo, il Friuli ricorda quella scossa che cambiò tutto
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Era il 6 maggio del 1976, quando il tempo, in Carnia, si fermò in meno di un minuto. Una scossa violentissima, di quelle che non dimentichi perché ti squarciano addosso la geografia intera – case, strade, campanili, persino la memoria dei luoghi – e la lasciano lì, maciullata, sotto una coltre di polvere che impiega ore a posarsi. Novanta secondi, forse meno, eppure sufficienti a fare 990 vittime, migliaia di feriti e un paesaggio che non sarebbe più stato lo stesso. L’«orcolat», il mostro della tradizione popolare carnica, si era risvegliato da quel sonno lunghissimo iniziato il 25 gennaio 1348, l’anno della peste nera, e questa volta non aveva mostrato alcuna clemenza.
La scossa, i numeri, l’inferno di polvere
L’epicentro, localizzato tra i comuni di Gemona del Friuli, Venzone e Trasaghis, liberò un’energia paragonabile a quella di una bomba atomica, se è vero – come poi raccontarono i sismografi – che la magnitudo raggiunse quota 6.4. La scossa principale (ce ne furono due, a distanza di pochi secondi, la seconda delle quali risultò la più distruttiva) colpì di giovedì, alle 21:06, un orario che trovò molte famiglie ancora in casa. I crolli furono istantanei: a Gemona il Duomo di Santa Maria Assunta perse la facciata, a Venzone il celebre duomo romanico-gotico venne spazzato via quasi per intero, eppure le mura trecentesche, inspiegabilmente, restarono in piedi. I soccorsi, quelli veri, impiegarono ore a organizzarsi perché le strade erano interrotte, le linee telefoniche saltate e la notte, profondissima sulle valli, rendeva tutto più lento.
Soccorsi e ricostruzione: un modello di efficienza
Ciò che accadde nelle settimane successive, però, rappresentò un unicum nel panorama italiano delle emergenze. La gestione dei soccorsi – a tratti improvvisata, ma sorretta da una catena di comando che vide cooperare civili, militari e istituzioni locali senza le consuete barriere burocratiche – trasformò la catastrofe in una sorta di laboratorio involontario di protezione civile. Le tende arrivarono, le cucine da campo funzionarono, e migliaia di volontari si riversarono nelle zone colpite, spesso precedendo gli stessi organi statali. Fu quell’intreccio tra orgoglio territoriale e necessità immediata a produrre un’efficienza che altri terremoti, anche successivi, avrebbero faticato a replicare.
Mattarella e Meloni a Gemona: quel bagno di folla inedito
Cinquant’anni dopo, Gemona ha accolto due presidenti. Sergio Mattarella, atteso da mesi, e Giorgia Meloni, la cui partecipazione è stata decisa solo pochi giorni fa. Tutti e due, fianco a fianco, hanno reso omaggio al cimitero dove riposano molte delle vittime, prima di partecipare a un consiglio regionale straordinario tenutosi al Teatro Cinema Sociale. Una visita, quest’ultima, che ha incluso anche la mostra allestita dal Messaggero Veneto. Il capo dello Stato, nel suo intervento, ha citato quella parola, «resilienza», azzardando un’osservazione che suonava quasi come un riconoscimento formale: «Viene da pensare – ha detto – che il concetto di resilienza sia nato qui, trovi in questa terra la sua radice, dal modo in cui i friulani hanno reagito all’orcolat». Nessuna sottovalutazione, ha aggiunto Mattarella, del dovere di «prevenire le catastrofi, non solo mitigare gli effetti». Meloni, dal canto suo, ha scelto un profilo più basso, limitandosi a ribadire la necessità di tenere viva la memoria per non smarrire la capacità di rispondere collettivamente all’eccezione.
L’orgoglio di fare da soli e quello schema di Putnam
C’è un’altra storia, più sotterranea, che lega il Friuli del post-terremoto a un certo modo di intendere la politica. Nel 1993, il politologo di Harvard Robert Putnam pubblicò un’inchiesta sulla tradizione civica nelle regioni italiane. Pagine in cui spiegava la nostra disunità in base a un «indice di rendimento istituzionale» e, collegando l’efficienza dei governi locali al civismo della gente, fissò uno schema che ha fatto discutere per decenni: al Sud, secondo lui, lo spirito di comunità è debole per via della frattura feudale e irrisolta tra governanti e governati, una frattura che genera familismo amorale e clientele. In Friuli, invece, dopo il 1976 accadde il contrario – l’orgoglio di fare da soli, la diffidenza verso Roma trasformata in capacità organizzativa, e una ricostruzione che divenne, suo malgrado, un caso di studio. Resta la scossa, i morti, le macerie. Restano le foto di quella gallery, che nessun occhio può guardare senza un brivido. E resta, soprattutto, il modo in cui una terra intera decise di rialzarsi.




