Mattarella e Meloni a Gemona per il cinquantennio del terremoto: “Qui nacque il concerto di resilienza”
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Redazione Interno
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Sergio Mattarella, giunto a Gemona del Friuli ai piedi delle Alpi carniche per la ricorrenza del sisma che cinquant’anni fa ridisegnò la geografia umana di questa regione, ha deposto una corona di fiori dinanzi al monumento che custodisce il nome di quelle 990 vittime – Centomila, invece, gli sfollati che persero tutto in poche drammatiche scosse – mentre una pioggia scrosciante batteva sulle vie del paese che fu epicentro di quella distruzione. Il capo dello Stato, la cui presenza era attesa da mesi in questa cerimonia, ha voluto percorrere a piedi il centro ricostruito, quasi a voler calpestare quel dolore che ancora affiora dai muri e dalle memorie collettive, e si è poi trattenuto a visitare la mostra allestita dal Messaggero Veneto, quella che rievoca quei giorni in cui i territori feriti – e con loro un’intera nazione – trovarono la forza di rialzarsi. Accanto a lui, in un inedito bagno di folla che ha unito le due massime cariche dello Stato, c’era Giorgia Meloni: la presidente del consiglio, la cui partecipazione è stata decisa solo pochi giorni addietro, ha preso la parola durante la cerimonia ufficiale, condividendo il palco con Mattarella in un gesto che ha rotto la consuetudine dei separati interventi istituzionali.
L’orgoglio di fare da soli e l’eredità di Putnam
Quando nel 1976 la terra cominciò a tremare in Friuli, nessuno era preparato a una catastrofe di quelle proporzioni; eppure, dalla distruzione emerse una reazione corale che politologi e sociologi hanno provato a decifrare per decenni. Robert Putnam, quel politologo di Harvard che nel 1993 pubblicò una celebre inchiesta sulla tradizione civica nelle regioni italiane, fissò in quelle pagine uno schema destinato a fare scuola: legò l’efficienza dei governi locali al civismo della gente, misurando quello che definì «indice di rendimento istituzionale». Al Sud, scriveva l’analista americano, lo spirito di cooperazione collettiva resta debole a causa di una feudale e irrisolta frattura tra governanti e governati – tra quelli che comandano e quelli che subiscono – e da quella frattura derivano poi il familismo amorale e le reti clientelari. Ma nel Friuli post-terremoto, osservava Putnam con sguardo quasi sorpreso, scattò invece l’orgoglio opposto: quello di fare da soli, senza attendere miracoli da Roma, e quella reazione spontanea divenne per molti versi l’eccezione che conferma la regola.
Il concetto di resilienza e le sue radici nella lingua locale
“Viene da pensare che il concetto di resilienza trovi la sua radice in questa terra”, ha detto Mattarella rivolgendosi ai sopravvissuti e ai familiari delle vittime riuniti sotto la loggia del municipio di Gemona. Una frase, la sua, che non è suonata come un semplice omaggio retorico: il presidente ha infatti citato quella parola – l’“orcolat”, termine che nella lingua friulana indica il terremoto quasi come fosse un mostro feroce e senza nome – per ricordare come la capacità di assorbire il colpo e di riorganizzare la vita fu la vera risposta al caos. Il capo dello Stato, che aveva già espresso in passato l’idea che prevenire le catastrofi sia più importante che limitarsi a mitigare gli effetti, ha voluto ancorare quel principio all’esperienza concreta di chi ricostruì mattoni su macerie e relazioni su lutti indicibili. L’omaggio al cimitero, dove riposano molte delle vittime senza più un intero da abbracciare, e la successiva sessione straordinaria del consiglio regionale al Teatro Cinema Sociale hanno fatto da cornice a questo racconto della rinascita.
Una visita tra cronaca, memoria e sviluppi giudiziari dimenticati
Se la cronaca di quei giorni del 1976 restituì l’immagine di un paese frantumato – con le scosse che si susseguirono per mesi, le scarpate franate sulle strade di montagna e gli ospedali da campo improvvisati nei piazzali – le inchieste giudiziarie che seguirono il sisma rivelarono ben presto un’altra ferita. Alcuni processi, celebrati negli anni successivi, accertarono responsabilità nella cattiva manutenzione del patrimonio edilizio e nella lentezza dei soccorsi iniziali; poche condanne arrivarono in fondo, molte prescrizioni cancellarono reati che oggi farebbero tremare i polsi dei vertici della protezione civile dell’epoca. Ma di quelle vicende processuali, a cinquant’anni di distanza, non si è parlato molto durante la cerimonia di Gemona. Mattarella e Meloni, nelle loro brevi allocuzioni, hanno preferito insistere sulla lezione civile della ricostruzione – quella che parte dal basso, dai comitati di paese e dalle parrocchie trasformate in dormitori – senza mai nominare i nomi dei funzionari inquisiti né i dettagli delle inchieste archiviate. E del resto, con un presidente della Repubblica che cammina sotto la pioggia tra la gente e una presidente del Consiglio che sceglie all’ultimo di esserci, il messaggio passato è stato un altro: il Friuli non chiede più giustizia retrospettiva, chiede solo che non si dimentichi che cosa significa perdere tutto e ricominciare con le proprie mani.




