Parolin: «Gli attacchi di Trump? Strani, ma gli Usa restano interlocutore imprescindibile»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha scelto un approccio misurato – seppure non privo di una certa freddezza diplomatica – per commentare le recenti tensioni verbali tra la Santa Sede e la Casa Bianca. Parlando con i giornalisti a margine dell’incontro previsto per giovedì 7 maggio con il segretario di Stato americano Marco Rubio, il cardinale ha definito «strani» gli attacchi del presidente Donald Trump, senza però mai scivolare in un giudizio diretto sulla persona del capo dello Stato. «Non do giudizi», ha precisato, ribadendo con nettezza un punto fermo della diplomazia vaticana: gli Stati Uniti, nonostante tutto, «sono e restano un interlocutore imprescindibile».

Le parole del cardinale sull’Iran e il disarmo nucleare

A complicare il quadro, ci ha pensato proprio il tema che più di altri divide Washington e il Vaticano in queste ore: il programma nucleare iraniano. Parolin ha bollato come «non corretta» l’affermazione con cui Trump – rispondendo a un giornalista che gli chiedeva quale messaggio intendesse far recapitare al pontefice – aveva ridotto la posizione della Chiesa a una sorta di benevola accettazione verso Teheran. «Come ha detto il Papa, bisogna parlare nella verità», ha incalzato il cardinale, ricordando che la Santa Sede non solo si oppone alla proliferazione, ma ha persino promosso accordi internazionali i quali, aggiungiamo noi, arrivano a toccare la «liceità e l’eticità» del semplice possesso di ordigni atomici. «Non possiamo accettare il possesso di armi nucleari», ha scandito Parolin, lasciando intendere – tra le righe – che la visione di Trump, tesa a impedire all’Iran di dotarsi dell’atomica pur senza mettere in discussione gli arsenali altrui, appare quantomeno parziale agli occhi del dicastero vaticano.

Leone XIV: «Chi mi critica per annunciare il Vangelo, lo faccia con verità»

Dal canto suo, il pontefice – che in questi giorni si trova a Castel Gandolfo – ha raccolto il guanto di sfida senza mai nominare direttamente il presidente americano. Rispondendo alle domande dei cronisti, Leone XIV ha ribadito con fermezza: «La missione della Chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace. Chi mi critica per annunciare il Vangelo, che lo faccia con la verità». Un’affermazione che, nel contesto, assume il valore di una replica implicita agli attacchi provenienti oltreoceano; una replica che sceglie il terreno teologico, non quello politico, quasi a voler ricordare che il ruolo del pontefice non è negoziabile né riducibile a una mediazione diplomatica. E proprio questa insistenza sulla «verità», contrapposta a quella che Parolin ha definito un’«affermazione non corretta» di Trump, sembra essere il filo rosso che unisce le due dichiarazioni.

Rubio in arrivo e il peso della cornice internazionale

L’incontro di giovedì con Marco Rubio, insomma, si preannuncia tutt’altro che una formalità. Il capo della diplomazia americana, lo ricordiamo, dovrà muoversi su un equilibrio sottile: da una parte, riaffermare la linea del proprio presidente (il quale aveva sintetizzato il proprio pensiero con un secco «l’Iran non può avere l’arma nucleare, altrimenti il mondo intero sarebbe in ostaggio»); dall’altra, non chiudere il canale con un Vaticano che, pur definendo «strani» certi attacchi, non ha mai smesso di riconoscere a Washington il ruolo di partner irrinunciabile. Parolin, del resto, ha voluto sottolineare come la Santa Sede continui a lavorare «proprio per il disarmamento nucleare» – un obiettivo che prescinde da chi, in quel momento, siede alla Casa Bianca. E se Trump, rispondendo al giornalista, aveva lasciato intendere che il Papa «sembra dire che possono (avere l’atomica, ndr) e io dico di no», la replica vaticana è stata netta: mai la Chiesa ha accettato l’idea che qualunque Paese – Iran incluso, ma non solo – possa legittimamente dotarsi di testate nucleari.

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