Parolin a Trump: «Finiscila, lascia stare il Libano». Il monito del cardinale sul conflitto in Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un appello secco, privo di quelle circonlocuzioni che solitamente ammantano la diplomazia vaticana, è risuonato mercoledì pomeriggio nella Sala della Lupa di Montecitorio. Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, intervenuto alla presentazione di un volume dedicato a Papa Leone XIV, ha approfittato del contesto per rivolgersi idealmente, e con una franchezza inusuale, al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e al governo israeliano. «Se Donald Trump fosse qui, gli direi di finirla al più presto, perché il pericolo di un’escalation è veramente alle porte», ha dichiarato Parolin, rispondendo ai giornalisti presenti. Un messaggio netto che, lungi dal limitarsi a una generica esortazione alla pace, è calato nel cuore pulsante della crisi mediorientale, con un riferimento esplicito a uno dei teatri più caldi del conflitto innescato dall’offensiva congiunta contro l’Iran. «Direi di lasciare stare il Libano», ha aggiunto il cardinale, allargando idealmente il monito anche agli alleati di Washington nella regione, perché, ha spiegato, lo stesso messaggio andrebbe «rivolto anche agli israeliani».

L’escalation e il monito a fermare l’offensiva

Le parole del cardinale arrivano in un momento di massima tensione, a poche settimane dall’inizio delle ostilità. È dal 28 febbraio, lo ricordano le agenzie, che Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’offensiva militare congiunta contro l’Iran, un’operazione che ha già provocato un numero elevato di vittime—si parla di circa 1.300 morti, tra cui l’ex guida suprema iraniana Ali Khamenei—e una pericolosa estensione del conflitto. La risposta di Teheran, materializzatasi in attacchi con droni e missili contro obiettivi israeliani, giordani, iracheni e nelle nazioni del Golfo che ospitano basi militari statunitensi, non ha fatto che alimentare una spirale bellica i cui confini, ormai, appaiono sempre più labili. L’appello di Parolin, dunque, non è caduto nel vuoto, ma ha fotografato con precisione il timore di un allargamento incontrollato della guerra, un timore che la Santa Sede, per bocca del suo segretario di Stato, ha voluto tradurre in una presa di posizione pubblica di rara durezza.

L’inedita direttezza della diplomazia vaticana

Ciò che colpisce, nelle dichiarazioni del cardinale, non è tanto la sostanza del messaggio—da sempre la Chiesa cattolica si batte per la risoluzione pacifica dei conflitti—quanto la forma scelta per veicolarlo. La diplomazia vaticana, infatti, è storicamente nota per il suo operare dietro le quinte, per la sua predilezione per canali discreti e per un linguaggio misurato, che evita la condanna esplicita per lasciare spazio al dialogo. Eppure, in questa circostanza, Parolin ha rotto gli schemi, adottando un tono diretto che suona quasi come un ultimatum morale. I problemi, ha insistito il porporato rispondendo a chi gli domandava un commento, devono essere risolti «attraverso le vie pacifiche della diplomazia e del dialogo», un monito che suona come una critica frontale alla scelta delle armi come primo, e non ultimo, strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Una linea, questa, perfettamente in sintonia con i ripetuti appelli alla cessazione delle ostilità lanciati negli stessi giorni da Papa Leone XIV, il primo pontefice statunitense della storia, che ha più volte invitato i giornalisti a raccontare la guerra senza trasformarla in propaganda e a tenere alta l'attenzione sulla sofferenza delle popolazioni civili.

Il contesto: una presentazione diventata palcoscenico internazionale

L'occasione che ha ospitato le dichiarazioni del cardinale Parolin era, nelle intenzioni, un evento di carattere culturale e religioso. La Sala della Lupa era gremita per la presentazione del libro “Leone XIV – Chi dite che io sia? Sono un figlio di Agostino”, firmato da Ignazio Ingrao e padre Giuseppe Pagano, un'opera che esplora le radici spirituali e umane del nuovo pontificato. Tuttavia, la cronaca ha rapidamente preso il sopravvento, trasformando l'incontro in una tribuna internazionale. Alla presenza del presidente della Camera Lorenzo Fontana e di altre personalità, le parole del segretario di Stato hanno di fatto spostato l'attenzione dai contenuti del volume all'analisi del turbolento scenario globale. Un cortocircuito tra fede e politica, quello verificatosi a Montecitorio, che ha messo in luce come la Santa Sede consideri ormai imminente il rischio di un allargamento del conflitto, un rischio contro cui ritiene necessario alzare la voce, anche a costo di abbandonare i consueti prudenti distinguo. La richiesta di «lasciare stare il Libano», in particolare, suona come un'avvertenza precisa, dettata dalla preoccupazione per un Paese già provato da decenni di crisi e che oggi rischia di diventare un nuovo fronte di una guerra dalle proporzioni incontrollabili.

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