Carburanti, il Portogallo riduce le accise, la Francia vara i controlli e l’Ungheria taglia i prezzi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’escalation del conflitto in Medio Oriente e le ripercussioni sul fronte energetico stanno imponendo ai governi europei scelte immediate e talvolta drastiche per contenere il costo dei carburanti. Con il prezzo del greggio che continua a correre, spinto dalle tensioni nello Stretto di Hormuz e da una strategia dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran che appare quanto mai fluida e difficile da decifrare, l’allarme è tornato a salire in tutte le cancellerie del Vecchio Continente. La combinazione tra le limitazioni all’approvvigionamento globale e la volatilità dei mercati finanziari ha riaperto uno scenario che molti speravano di aver lasciato alle spalle, quello del caro-prezzi alla pompa con il barile che ha superato quota cento dollari, un livello che non si registrava da tempo e che rischia di innescare una nuova pericolosa spirale inflazionistica.

Di fronte a questa impennata, le risposte dei singoli stati membri procedono in ordine sparso, fotografando approcci diametralmente opposti alla medesima emergenza. Il Portogallo, ad esempio, ha optato per un intervento chirurgico sulle componenti fiscali che gravano sul prezzo finale. Il governo di Lisbona, come riportato, ha varato una riduzione straordinaria e temporanea dell’accisa sul gasolio, pari a 3,55 centesimi al litro, una mossa che di fatto restituisce agli automobilisti il maggior gettito Iva generato dall’aumento del costo della materia prima. Un meccanismo, questo, che mira a sterilizzare l’effetto moltiplicatore dell’inflazione sul fisco, intervenendo prima che i rincari si consolidino e diventino strutturali per le famiglie e le imprese di trasporto.

In netto contrasto con la strategia iberica, la Francia ha invece imboccato una strada completamente diversa, incentrata sulla vigilanza e sulla minaccia di sanzioni piuttosto che su nuovi esborsi per le casse pubbliche. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha annunciato un piano eccezionale di cinquecento controlli in tre giorni, affidati alla direzione generale per la repressione delle frodi, con l’obiettivo dichiarato di scongiurare speculazioni ingiustificate. L’esecutivo francese, pur di fronte a un'impennata che ha portato la benzina SP95-E10 a guadagnare dieci centesimi in una settimana, ha escluso per il momento l’ipotesi di nuove sovvenzioni pubbliche, considerate troppo onerose per le finanze statali: una eventuale riduzione dell’Iva al 5,5% su tutti i prodotti energetici costerebbe circa diciassette miliardi di euro, una cifra giudicata insostenibile. E i primi risultati di questa stretta iniziano a vedersi, con le stazioni di servizio che hanno mostrato "anomalie" nei listini che sono già state oggetto di multe, per importi che oscillano tra i tremila e i cinquemila euro per infrazione, con la possibilità di arrivare a sanzioni ben più pesanti in caso di recidiva.

I tetti al prezzo di Croazia e Ungheria e la partita delle riserve strategiche

Se Lisbona agisce sulle imposte e Parigi moltiplica le ispezioni, c’è chi ha deciso di tagliare la testa al toro con un intervento ancora più diretto e invasivo, reintroducendo il tetto ai prezzi al dettaglio. La Croazia, dopo un anno di pausa, ha deciso di tornare alla regolamentazione amministrativa del mercato: il premier Andrej Plenković, nel corso di una riunione dell'esecutivo, ha richiamato l'attenzione sugli effetti delle tensioni internazionali, fissando un limite per la benzina standard a 1,50 euro al litro e per il diesel a 1,55 euro, una misura che senza l'intervento pubblico avrebbe portato il gasolio a costare fino a 1,72 euro. Parallelamente, Zagabria è intervenuta anche sugli accise, riducendole di due centesimi per litro, un sollievo che però costerà alle casse statali quasi due milioni di euro in minori entrate.

Sulla stessa lunghezza d'onda si muove l'Ungheria di Viktor Orbán, che ha annunciato l'introduzione di un prezzo protetto per famiglie e imprese, scattato alla mezzanotte del 10 marzo. A Budapest la benzina non potrà superare i 595 fiorini al litro (circa 1,75 dollari), mentre il diesel sarà bloccato a 615 fiorini. Una decisione radicale, quella ungherese, che si accompagna alla volontà di rilasciare le riserve statali per garantire la continuità dell'approvvigionamento e che si inserisce in un quadro politico già incandescente, con Orbán che ha contestualmente chiesto all'Unione Europea di sospendere tutte le sanzioni sui combustibili fossili russi. Una richiesta che arriva mentre, sullo sfondo, il G7 Finanze ha fatto sapere di essere pronto a coordinare il rilascio delle scorte strategiche, se necessario, per stabilizzare un mercato che appare sempre più sotto pressione.

L’incognita delle accise mobili e la flessibilità europea

Mentre questi interventi nazionali prendono forma, in Italia il ministero dell’Economia lavora per adattare il meccanismo delle cosiddette accise mobili alla nuova situazione venutasi a creare con la guerra in Iran. Uno strumento complesso, che affonda le sue radici in un provvedimento del 2007 e che era già stato al centro del dibattito durante la crisi ucraina. Il principio è noto: quando il prezzo del carburante sale in modo stabile, aumenta la base imponibile su cui calcolare l’Iva e lo Stato può decidere di utilizzare quel gettito extra, non preventivato, per tagliare l’accisa fissa. Ma si tratta di un meccanismo tutt’altro che automatico, che richiede un decreto interministeriale e una valutazione attenta sulla stabilità del rincaro, per evitare interventi dettati da fiammate temporanee destinate a rientrare in breve tempo.

In questo quadro frammentato, si riaffaccia il dibattito sugli strumenti comunitari a disposizione. Il commissario all’Economia, come ricordato in alcune analisi, potrebbe valutare l’attivazione delle clausole di salvaguardia previste dal Patto di stabilità, quelle stesse clausole pensate per "circostanze eccezionali" come una grave congiuntura negativa. Una flessibilità che consentirebbe agli stati membri di aumentare la spesa per sostenere famiglie e imprese senza incorrere nelle procedure d’infrazione, riconoscendo che il conflitto in Medio Oriente e le sue ricadute energetiche rappresentano uno shock esogeno di portata tale da richiedere una risposta coordinata e, soprattutto, margini di manovra più ampi per chi, come il Portogallo, sceglie la via del taglio delle accise o, come la Croazia, quella del tetto ai prezzi.

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