La Casa Bianca invia un secondo portaerei nel Golfo, il negoziato con Teheran si fa più duro

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La diplomazia, si sa, procede talvolta spalleggiata dalla potenza delle armi, e il caso dei negoziati tra Stati Uniti e Iran non fa eccezione; anzi, ne rappresenta forse l’esempio più lampante in questo scorcio di febbraio. Il presidente Donald Trump, nel tentativo di forzare la mano alla leadership iraniana, ha disposto l’invio di un secondo gruppo d’attacco di portaerei nelle acque del Medio Oriente, una mossa che raddoppia la pressione militare a pochi giorni dai colloqui indiretti tenutisi a Mascate, in Oman. La USS Gerald R. Ford, l’unità più imponente della flotta americana con i suoi oltre quattromila cinquecento membri di equipaggio, lascerà dunque i Caraibi, dove era stata impiegata nell’ambito della delicata operazione che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, per ricongiungersi con la USS Abraham Lincoln, già posizionata nel Golfo Persico da alcune settimane -1-7. Una decisione, questa, che allunga significativamente la permanenza in mare dell’equipaggio, il cui ritorno alla base di Norfolk, in Virginia, slitterà ora non prima della fine di aprile o, più verosimilmente, agli inizi di maggio -1.

L’inasprimento della postura militare americana giunge in un momento di massima tensione dialettica, con Trump che ha pubblicamente fissato una finestra temporale di un mese per raggiungere un’intesa, ventilando scenari “molto traumatici” in caso di fallimento delle trattative -4. Le parole del presidente, rilasciate ai giornalisti alla Casa Bianca, lasciano intendere che l’opzione militare, quella che lui stesso definisce “fase due”, sia tutt’altro che accantonata, nonostante la preferenza espressa per un esito negoziale. D’altronde, il precedente dei bombardamenti sugli impianti nucleari iraniani del giugno scorso, ordinati in risposta all’escalation con Israele, rappresenta un monito concreto che Teheran non può ignorare -4. L’invio della Ford, i cui aerei hanno partecipato all’operazione in Venezuela, assume quindi il valore di un avvertimento preciso: la determinazione americana è supportata da una forza militare visibile e pronta all’uso -1-7.

Dall’altra parte del tavolo, la posizione iraniana sembra mantenere una linea di fermezza, almeno sui principi fondamentali. Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale e stretto consigliere della Guida Suprema, ha ribadito che il programma missilistico e il sostegno ai cosiddetti “procuratori” regionali non sono materia di contrattazione -3-8. I colloqui di Mascate, mediati dall’Oman, si sono concentrati esclusivamente sul dossier nucleare, con Teheran che ha respinto con nettezza l’ipotesi di azzerare l’arricchimento dell’uranio sul proprio territorio, rivendicato come un diritto inalienabile per scopi energetici e medici -3-8. Le stesse modalità dei contatti, indiretti, con gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner che hanno trasmesso punti tramite i mediatori omani, testimoniano la diffidenza reciproca, sebbene un fugace scambio di strette di mano ci sia stato, a testimonianza di un clima forse meno rigido di quanto si potesse immaginare -8.

Il fattore israeliano e le crepe nell’alleanza strategica

Se lo scontro diretto è tra Washington e Teheran, l’ombra di Gerusalemme si allunga inevitabile sullo scacchiere. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, reduce da un colloquio di oltre due ore e mezza con Trump alla Casa Bianca, ha espresso quello che ha definito un “generale scetticismo” sulla possibilità di un accordo che possa ritenersi soddisfacente per la sicurezza del suo paese -3-4. La posizione israeliana è nota e intransigente: un eventuale patto deve mettere un freno non solo all’ambizione atomica di Teheran, ma anche al suo programma balistico e al sostegno finanziario e militare a gruppi come Hezbollah e gli Houthi, richieste che finora sono state sempre respinte dalla controparte -3-4. Tuttavia, nonostante la sintonia pubblica tra i due leader, l’incontro ha rivelato qualche distinguo di non poco conto. Lo stesso Trump, al termine del faccia a faccia, ha smorzato i toni, affermando di aver insistito perché i negoziati proseguissero senza nulla di definitivo, se non la volontà di verificare se un’intesa possa essere raggiunta -3-4. Un’apertura, la sua, che sembra privilegiare la via diplomatica rispetto alle richieste più massimaliste alleate.

La doppia mossa americana, militare e diplomatica, disegna quindi una strategia complessa. Da un lato, la concentrazione di due portaerei in un’area già calda come il Golfo, un evento che non si verificava dallo scorso marzo quando le unità erano impegnate contro i ribelli yemeniti, alza il costo di un eventuale azzardo iraniano -6. Dall’altro, la volontà di continuare a parlare, con un altro round di contatti indiretti all’orizzonte, lascia aperto uno spiraglio per una soluzione che scongiuri un conflitto regionale dalle conseguenze energetiche imprevedibili. Le richieste di Trump, che secondo indiscrezioni avrebbero spinto il Pentagono a preparare l’invio della nave già nelle prossime due settimane, si inseriscono in questo quadro di coercizione metodica, in cui ogni nave dispiegata è un tassello di una pressione negoziale che ha tempi stretti e margini di manovra ridottissimi -6.

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