Carlo Nordio, quelle dimissioni rimangiate e la lunga giornata da ministro a sua insaputa
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Redazione Interno
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Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha trascorso una giornata intera a negare addii nel suo ministero, mentre alle sue spalle, nel partito che lo sostiene, si decideva diversamente. È una dinamica paradossale quella che si è consumata a via Arenula: da una parte il Guardasigilli che, nell’immediatezza dello spoglio referendario, assicurava la tenuta del governo e la propria permanenza; dall’altra, un movimento interno a Fratelli d’Italia che sembrava aver già architettato una strategia alternativa, senza nemmeno la cortesia di un avvertimento diretto. E così, nel corso di quelle stesse ore, lo stesso Nordio è passato dal rassicurare i collaboratori – con i quali seguiva i risultati dalla sua stanza – a ventilare l’ipotesi di fare le valigie, salvo poi constatare che il tentativo di alzare il tiro non aveva avuto esito.
La lunga attesa e il fantasma delle dimissioni
La giornata del ministro è stata segnata da un andamento altalenante, quasi sospeso tra la volontà di rimanere e la consapevolezza di una sconfitta personale. La sua amarezza, del resto, non era difficile da intuire: aveva messo la faccia e la firma su una riforma costituzionale che, di fatto, portava il suo nome, e il responso delle urne ne ha rappresentato un contraccolpo pesante. Deluso, forse più per il metodo che per l’esito, il Guardasigilli ha respirato a fondo nei lunghi corridoi del ministero, lasciando che fossero altri a prendere la parola per lui. La sua posizione, in quel frangente, appariva paradossalmente più solida di quanto si potesse immaginare: pur pronto a farlo qualora glielo avessero chiesto, non aveva alcuna intenzione di formalizzare le sue dimissioni di propria iniziativa.
Il referendum che ha infranto la battaglia della vita
Al centro della tensione, naturalmente, c’era l’esito del referendum costituzionale, quello sulla separazione delle carriere che rappresentava il cuore del suo progetto politico-giudiziario. L’attuale assetto, come noto, prevede una distinzione di funzioni tra i magistrati – da un lato i giudici che pronunciano le sentenze, dall’altro i pubblici ministeri che conducono le indagini – ma consente, grazie a una modifica introdotta con la riforma Cartabia nel 2022, la possibilità di cambiare carriera una sola volta entro i primi nove anni dall’entrata in servizio. Una possibilità che la riforma voluta da Nordio intendeva invece recidere radicalmente, ma che il voto popolare ha di fatto bocciato. Ed è proprio su questa sconfitta che il ministro, con una certa dose di autocritica, ha riconosciuto una propria responsabilità, ammettendo di aver contribuito a un risultato disastroso per le sue ambizioni riformatrici.
La tenuta del governo e i casi degli altri ministri
Se Nordio ha resistito, scegliendo la via della fermezza piuttosto che quella del gesto plateale, la situazione all’interno del governo mostrava scenari differenti. Il suo “beau geste” mancato è infatti apparso come un caso isolato, perché nessun altro tra i colleghi di esecutivo sembrava avere intenzione di seguire il suo esempio e preparare le valigie. L’attenzione, semmai, si è concentrata su altre figure: da quella di un sottosegretario scoperto essere stato socio, in passato, di una famiglia in odore di Camorra in un ristorante della Capitale, fino alla ministra del Turismo, Daniela Santanchè, che ha potuto contare sulla copertura del presidente del Senato, Ignazio La Russa, per resistere sulla poltrona ministeriale nonostante i molteplici accidenti giudiziari che hanno coinvolto lei e le sue attività imprenditoriali. A differenza loro, Nordio si è trovato a oscillare tra la delusione personale e la necessità di non lasciare un vuoto nel dicastero, in una serata di lunghi sospiri a via Arenula dove riecheggiava il rumore di un’occasione persa.
Lo stallo in attesa del voto e la tregua armata
Alla fine, la situazione è rimasta in stallo, sospesa fino a eventuali sviluppi futuri che nessuno, nel ministero, era ancora in grado di prevedere. L’intero dicastero trema, dopo l’inciampo elettorale, e il ministro stesso sembra aver scelto di attendere, consapevole che la sua permanenza non dipende più solo dalla sua volontà. Il confronto con i collaboratori, dopo aver seguito lo spoglio nella sua stanza, non ha prodotto una rottura immediata ma ha lasciato intendere che il passo indietro, se arriverà, dovrà avere una forma diversa da quella di un semplice sfogo. Per ora, il Guardasigilli resta al suo posto, con l’amaro in bocca di una battaglia che aveva voluto combattere in prima linea, ma che il suo stesso partito – decidendo alle sue spalle – ha contribuito a rendere ancora più amara.




