Carlo Nordio, il ministro che non sapeva: le dimissioni rimangiate e il terremoto nella giustizia
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Redazione Interno
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Il Guardasigilli, per l’intera giornata di ieri, ha negato l’esistenza di addii imminenti tra le stanze del suo ministero, convinto di poter reggere l’urto della sconfitta referendaria. Peccato che, alle sue spalle, Fratelli d’Italia stesse già decidendo il contrario. Una partita giocata ai margini, dove il Guardasigilli ha provato a minacciare la propria uscita di scena – un tentativo di alzare il tiro per salvare i suoi fedelissimi – ma senza l’esito sperato. Certo, prima di arrivare a questo punto, qualcuno avrebbe potuto quantomeno fargli un fischio.
Nell’immediatezza dei risultati del referendum, Carlo Nordio aveva voluto rassicurare pubblicamente: nessuna intenzione di dimettersi, esecutivo solido, tutto a posto. Eppure, mentre lui parlava, il terreno sotto i suoi piedi franava. Il capitolo delle dimissioni – quelle vere – ha coinvolto prima il sottosegretario Andrea Delmastro e poi la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Due figure cardine, rimosse con la forza di una scossa che ha attraversato via Arenula e si è propagata fino a Palazzo Chigi, dove la premier ha aggiunto un altro nome alla lista, chiedendo pubblicamente un passo indietro anche alla ministra del Turismo, Daniela Santanchè.
La “leggerezza” di Delmastro e il caso della bisteccheria romana
A determinare l’uscita di scena di Andrea Delmastro non è stata una diretta conseguenza del voto, ma lo stillicidio di una vicenda che lo vedeva legato, suo malgrado, a un’imprenditoria dai contorni opachi. Il sottosegretario si è trovato al centro di un’inchiesta giornalistica che ha svelato la sua partecipazione in una società, la “Le cinque forchette Srl”, attiva nel settore della ristorazione a Roma. Tra i soci, spicca il nome di Miriam Caroccia, diciannovenne figlia di Mauro Caroccia, un uomo condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni con l’aggravante del metodo mafioso e ritenuto vicino al clan camorrista Senesi.
Delmastro, presentando le sue “irrevocabili dimissioni”, ha parlato di una “leggerezza” commessa, sostenendo di aver venduto le quote non appena venuto a conoscenza dei precedenti del padre della sua giovane socia. Una ricostruzione, la sua, che dovrà presto essere vagliata dalla Commissione Antimafia, chiamata a fare chiarezza su questi rapporti d’affari e sulla mancata comunicazione al Parlamento e al ministero di una situazione di potenziale conflitto d’interessi.
Le barricate di Nordio e l’altolà di Palazzo Chigi
La giornata di fuoco ha avuto un momento cruciale nelle dichiarazioni mattutine del ministro. Intervistato in televisione, Nordio aveva alzato un muro a difesa dei suoi collaboratori: per Delmastro, era “certo che avrebbe chiarito”; per la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, messa in discussione per alcune frasi incendiarie contro la magistratura (definita un “plotone di esecuzione”) e per il suo coinvolgimento nel caso Almasri, la posizione “non era in discussione”. Una presa di posizione netta, che però si scontrava con la realtà politica che si stava consumando nei palazzi del potere.
Mentre il Guardasigilli si barricava nel suo ministero, a Palazzo Chigi e nella sede di Fratelli d’Italia si lavorava a una soluzione differente. La linea della premier Giorgia Meloni, emersa con chiarezza nel pomeriggio, era quella di un azzeramento dei vertici del dicastero, ritenuti responsabili di aver appesantito la campagna referendaria con scandali e dichiarazioni fuori luogo. Il confronto tra Nordio, Delmastro e Bartolozzi, durato ore all’interno del ministero, si è concluso con la resa: le dimissioni sono arrivate in serata, seguite da una nota di Palazzo Chigi che ne prendeva atto, ringraziandoli per il lavoro svolto. Una sconfitta politica su tutta la linea per il ministro, che aveva sperato fino all’ultimo di scongiurare l’emorragia.
Le frasi sopra le righe e il nodo Santanchè
A complicare ulteriormente il quadro, e a mostrare la volontà di non fermarsi alla sola giustizia, è arrivata la richiesta della premier anche per Daniela Santanchè. “Sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal ministro del Turismo”, ha scritto Palazzo Chigi in una nota. Una pressione pubblica che ha trasformato il terremoto in uno tsunami, allargando il perimetro delle uscite ai ministri con procedimenti giudiziari pendenti.
La vicenda di Giusi Bartolozzi, d’altronde, era già esplosa in campagna elettorale. Le sue parole – un invito a votare Sì per “togliersi di mezzo” una magistratura definita “plotone di esecuzione” – avevano suscitato un’ondata di polemiche, costringendo lo stesso Nordio a una sorta di presa di distanza forzata. A questo si aggiungeva l’indagine in corso per false informazioni al pm nel caso Almasri, un’altra gatta da pelare che rendeva insostenibile la sua permanenza in un dicastero già provato dal voto.




