Giorgia Meloni chiede le dimissioni di Santanché dopo il terremoto al ministero della Giustizia
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Redazione Interno
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La notte, si sa, porta consiglio, ma nel caso di Giorgia Meloni il giorno dopo la débâcle referendaria si è aperto con una scelta di drastica cesura, una manovra chirurgica per rimuovere i nodi più scoperti di una catena di comando improvvisamente diventata fragile. L’esito del voto, che ha inflitto una pesante sconfitta al fronte del “Sì” alla riforma della giustizia, ha agito da detonatore innescando uno tsunami politico le cui prime vittime eccellenti sono state Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, rispettivamente sottosegretario e capo di gabinetto del dicastero guidato da Carlo Nordio. Le loro dimissioni, formalizzate nel pomeriggio di ieri al termine di un colloquio a via Arenula, rappresentano il primo contraccolpo ufficiale di un’autopsia politica che la maggioranza conduce sotto la lente d’ingrandimento dell’opinione pubblica, ma è stato l’atto successivo – la richiesta pubblica di un ulteriore passo indietro – a rivelare la natura sistematica dell’operazione voluta dalla premier.
La “leggerezza” di Delmastro e le parole di Bartolozzi
Il caso che ha travolto Andrea Delmastro, fedelissimo di Fratelli d’Italia, affonda le radici in una vicenda di contiguità pericolosa con ambienti criminali. L’esponente del governo si è trovato al centro di un’aspra polemica dopo la pubblicazione di inchieste giornalistiche che hanno ricostruito la sua partecipazione societaria in un ristorante romano, la “Bisteccheria d’Italia” di via Tuscolana, affiancato in qualità di socio dalla giovanissima figlia di Mauro Caroccia, un imprenditore condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni con l’aggravante del metodo mafioso, ritenuto vicino al clan camorristico dei Senese. Nonostante l’immediata cessione delle quote – motivata dallo stesso Delmastro con l’ignoranza dei trascorsi giudiziari della famiglia del socio – e il tentativo di minimizzare la portata della vicenda, lo scandalo si è alimentato ulteriormente con la diffusione di una fotografia che lo ritraeva in compagnia dello stesso Caroccia, smentendo di fatto la narrazione di una conoscenza occasionale. Alle sue dimissioni, annunciate con una nota in cui parla di “leggerezza” di cui si assume la responsabilità pur ribadendo di non aver compiuto nulla di “scorretto”, si sono aggiunte quelle di Giusi Bartolozzi. Per lei, l’elemento di rottura è stato di natura squisitamente verbale: le sue dichiarazioni durante la campagna referendaria, in cui definiva i magistrati un “plotone di esecuzione” auspicando di “toglierseli di mezzo”, avevano creato un cortocircuito istituzionale tale da costringere lo stesso ministro Nordio a prendere le distanze, rendendo la sua posizione nel vertice di via Arenula insostenibile dopo il fallimento della riforma.
La telefonata, le trattative e la mossa a sorpresa di Palazzo Chigi
Il pomeriggio di crisi, però, non si è esaurito con l’addio dei due funzionari di Palazzo Chigi. Mentre le agende politiche registravano i primi due “passi indietro”, la tensione si è spostata silenziosamente sul fronte del Turismo, dove la ministra Daniela Santanché – già appesantita da un quadro giudiziario complesso che include processi per falso in bilancio e inchieste per bancarotta – è diventata il bersaglio della nuova linea dettata da Meloni. Nei corridoi del governo, mentre la premier sondava il terreno con i suoi emissari nella speranza di ottenere un gesto volontario di autocritica, la mediazione tentata dal presidente del Senato, Ignazio La Russa, non ha sortito l’effetto desiderato: la ministra, abituata ai marosi della politica da trent’anni a questa parte, ha opposto resistenza, convinta forse che le sue vicende giudiziarie fossero sufficientemente distanti da quelle che avevano appena spazzato via i colleghi della Giustizia.
L’esito della trattativa, protrattasi per ore, ha infine spinto la presidente del Consiglio a optare per una soluzione che non ammette mezze misure. In serata, una nota gelida e lapidaria di Palazzo Chigi ha messo nero su bianco l’apprezzamento per le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, ma ha aggiunto un passaggio destinato a fare discutere: l’auspicio che, sulla base della “medesima linea di sensibilità istituzionale”, analoga scelta venga condivisa dalla ministra del Turismo. Una presa di posizione pubblica che equivale a una messa in stato di accusa formale, trasformando il caso Santanché nel prossimo fronte caldo della tenuta dell’esecutivo.
Il peso delle inchieste e il futuro di un esecutivo ferito
Dietro la determinazione della premier, si intravede la volontà di chiudere rapidamente i conti con un’estate politica che si era già aperta all’insegna delle scorie del referendum. Le dimissioni di Delmastro, in particolare, sono state accelerate non solo dall’eco mediatica delle sue frequentazioni, ma anche dall’interesse concreto mostrato dalla Commissione parlamentare Antimafia, che aveva già avviato un approfondimento sugli affari legati al clan Senese. Per Santanché, la situazione appare più complessa: le inchieste milanesi sulla gestione delle sue società – Visibilia e Bioera – pendono come una spada di Damocle, e la richiesta di dimissioni avanzata ieri sera rappresenta un tentativo di prevenire l’usura politica di un’esposizione giudiziaria che, nella narrazione di Meloni, rischia di minare la credibilità dell’intera compagine di governo.
La furia trattenuta della premier, inizialmente scatenata dal risultato del voto, si è così trasformata in una manovra di puntura selettiva: colpire dove il fianco è più scoperto per ricompattare le fila interne. Se per Delmastro e Bartolozzi la partita si è chiusa in poche ore, per Daniela Santanché si apre ora un’ora di fuoco, in cui la sua tenuta non dipenderà solo dalla volontà di resistere, ma dalla capacità del governo di gestire il cortocircuito tra opportunità politica e pulizia istituzionale. Il day after del referendum, insomma, si rivela meno un epilogo che un preludio a nuovi, possibili, terremoti all’interno di una maggioranza che cerca di ricucire le sue ferite a colpi di cesellature.




