Delmastro: “Sono sereno, le nebbie si diraderanno”. Il sottosegretario si dimette per la società con la figlia di un boss, con lui lascia anche Bartolozzi
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Redazione Interno
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Il terremoto politico che ha scosso il ministero della Giustizia nelle ore immediatamente successive al voto referendario ha portato, ieri, a un doppio passo d’indietro: quello del sottosegretario Andrea Delmastro e quello del capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Una scelta, quella dei due esponenti dell’esecutivo, maturata in un clima di pressioni crescenti legate a vicende giudiziarie e politiche distinte ma convergenti nel mettere in discussione la tenuta di un dicastero già segnato dalla sconfitta nella consultazione sulla riforma della magistratura. La premier Giorgia Meloni, dopo aver convocato i vertici di Fratelli d’Italia, ha preso atto delle dimissioni, auspicando contestualmente che il ministro del Turismo Daniela Santanchè possa seguire lo stesso esempio in nome di una “sensibilità istituzionale” che – a detta di palazzo Chigi – non può più ammettere deroghe.
La “leggerezza” di Delmastro e il legame con il clan Senese
A determinare l’uscita di scena di Andrea Delmastro è stata la rivelazione, destinata a diventare un caso politico di difficile gestione, della sua partecipazione societaria nella “Bisteccheria d’Italia”, un ristorante romano riconducibile a Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia. Quest’ultimo, condannato in via definitiva per reati di associazione mafiosa legati al clan Senese (una costola della camorra radicata a Roma), è finito al centro di un’inchiesta per intestazione fittizia di beni, che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati sia del padre che della giovane donna, mentre il sottosegretario – che deteneva una quota del 25 per cento – al momento non risulta formalmente indagato. Delmastro, difendendosi in un’intervista al Corriere della Sera, ha parlato di una “leggerezza” di cui non si era reso conto finché il padre della socia non è stato arrestato, sottolineando di aver venduto la propria partecipazione non appena ha avuto contezza della situazione. Il quadro, per lui, si è ulteriormente complicato con la pubblicazione di una fotografia risalente al 2023 che lo ritraeva in atteggiamento confidenziale accanto a Mauro Caroccia, circostanza che ha alimentato il sospetto di una frequentazione più profonda di quanto dichiarato. “Sono sereno”, ha dichiarato l’ormai ex sottosegretario, motivando la sua scelta con la necessità di non indebolire la “battaglia contro la mafia” che lui e il governo hanno portato avanti, nella convinzione che la sua biografia politica possa dissipare ogni ombra.
Bartolozzi e l’ombra del “plotone d’esecuzione”
Se la vicenda Delmastro affonda le radici in un presunto intreccio pericoloso con ambienti criminali, le dimissioni di Giusi Bartolozzi arrivano al culmine di uno scontro politico-istituzionale dai toni accesissimi. La capo di gabinetto del ministero, magistrata in aspettativa ed ex deputata di Forza Italia, era finita nell’occhio del ciclone per alcune dichiarazioni rilasciate durante la campagna per il referendum, quando aveva definito la magistratura italiana un “plotone di esecuzione”. Quell’espressione, utilizzata in un contesto di forte tensione politica e giudiziaria, aveva acceso un duro confronto con le correnti della magistratura, alimentando le critiche dell’opposizione che chiedevano a gran voce la sua testa. Nonostante il ministro Carlo Nordio avesse inizialmente blindato la sua fedelissima, dichiarando in mattinata che la sua posizione “non era assolutamente in discussione”, il passo indietro è arrivato a poche ore di distanza. Bartolozzi, il cui destino si è intrecciato con quello del sottosegretario anche per via del legame politico che li univa (una frequentazione consolidatasi durante le critiche al governo Draghi), ha così abbandonato via Arenula in un passaggio che, a conti fatti, sancisce la fine di una gestione caratterizzata da un approccio frontaliero nei confronti delle toghe.
La pressione di palazzo Chigi e il futuro del governo
La doppia uscita di scena rappresenta un segnale preciso inviato dalla premier Meloni, che dopo la sconfitta referendaria ha scelto di compiere un’operazione di “cespugliamento” per tentare di arginare il malcontento e riprendere il controllo dell’agenda politica. Fonti qualificate hanno riferito che la richiesta di un passo indietro per Delmastro, nonostante le resistenze iniziali, sarebbe partita proprio da palazzo Chigi, dove la consapevolezza del peso elettorale della vicenda – in grado di offrire facile argomento alle opposizioni – è diventata prevalente. A completare il quadro di una giornata convulsa, il pressing nei confronti di Daniela Santanchè, ministro del Turismo da tempo sotto inchiesta per vicende legate alle sue aziende, conferma l’intenzione dell’esecutivo di tentare di sanare le fratture interne e proiettare un’immagine di rigore. In questo contesto, le parole dell’ex premier Matteo Renzi, che in un’intervista ha definito l’esecutivo poco autorevole in materia di giustizia, riecheggiano come il contraltare politico di un momento di oggettiva debolezza per la maggioranza.




