Referendum sulla giustizia, il terremoto politico che ha spazzato via Delmastro e Bartolozzi: la ricostruzione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La débâcle referendaria del 22 e 23 marzo, con il 54% degli italiani che hanno affossato la riforma costituzionale voluta dal governo, non ha lasciato scampo per due figure chiave del dicastero di via Arenula. A distanza di poche ore dalla chiusura dei seggi, il terremoto politico ha prodotto le prime, inevitabili vittime eccellenti: il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e la capa di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, hanno rassegnato le dimissioni con effetto immediato. Un doppio passo indietro che, lungi dall’essere un semplice atto formale, rappresenta il riconoscimento del peso politico di un risultato elettorale che ha spazzato via la linea dura sulla magistratura, travolgendo coloro che di quella linea erano stati i principali alfieri e, nel caso di Delmastro, i protagonisti di vicende giudiziarie e di frequentazioni divenute insostenibili per l’esecutivo.

La posizione di Andrea Delmastro era apparsa in bilico già nei giorni precedenti il voto, quando un’inchiesta giornalistica ne aveva rivelato i legami societari con ambienti della malavita organizzata. Il nodo, per l’esponente di Fratelli d’Italia, risiede nella sua partecipazione – attraverso la società “Le 5 Forchette Srl” – alla gestione di un ristorante romano, la “Bisteccheria d’Italia”, in cui figurava come socio anche Miriam Caroccia, all’epoca diciottenne e figlia di Mauro Caroccia. Quest’ultimo, ristoratore condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni con l’aggravante del metodo mafioso, è considerato dagli inquirenti un prestanome di spicco del clan camorristico dei Senese, attualmente attivo nella Capitale e già al centro delle attenzioni della Direzione Distrettuale Antimafia. A rendere plasticamente insostenibile la posizione dell’ex sottosegretario hanno contribuito alcune immagini, circolate in rete, che lo ritraggono a cena nel locale di via Tuscolana proprio in compagnia di Mauro Caroccia. Dopo aver inizialmente difeso la sua condotta, sostenendo di aver ignorato i trascorsi giudiziari della famiglia e di aver ceduto le quote non appena appresa la verità, Delmastro ha optato per le dimissioni “irrevocabili” nella tarda serata del 24 marzo, ammettendo in una nota di aver commesso una “leggerezza” di cui si assumeva la responsabilità “nell’interesse della Nazione”.

Se per Delmastro il catalizzatore delle dimissioni è stato il rischio di un corto circuito tra politica e malaffare, per Giusi Bartolozzi la miccia è stata invece una serie di esternazioni pubbliche che hanno infiammato la campagna referendaria, unite a un’indagine giudiziaria ancora in corso. Soprannominata “la zarina” per la sua influenza su via Arenula, Bartolozzi era finita al centro delle polemiche dopo aver invitato gli italiani a votare “Sì” per “togliere di mezzo la magistratura”, paragonandola a un “plotone di esecuzione”. Un’uscita, quella andata in onda su un’emittente televisiva siciliana, che aveva costretto il ministro Nordio a prendere pubblicamente le distanze, scusandosi per le parole della sua più stretta collaboratrice. A queste dichiarazioni si è aggiunto il peso del caso Almasri: Bartolozzi, infatti, è attualmente indagata dalla procura di Roma per false informazioni al pubblico ministero in relazione alla gestione del caso del generale libico Njeem Osama Almasri, l’alto ufficiale accusato di crimini di guerra che fu arrestato e poi rapidamente rimpatriato dall’Italia. La sua versione sui fatti, secondo quanto emerso dalle carte processuali, era stata giudicata “inattendibile” e “mendace” dagli stessi giudici del Tribunale dei ministri, rendendo la sua permanenza a palazzo un imbarazzo crescente per il governo.

Le conseguenze del voto non si sono fermate ai confini del ministero della Giustizia, allargandosi a macchia d’olio fino a coinvolgere direttamente il ministro del Turismo, Daniela Santanchè. Con una nota diffusa nella serata di martedì, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ufficialmente espresso “apprezzamento” per la scelta di Delmastro e Bartolozzi, ma l’elemento di maggiore rottura è stato l’auspicio – dalla formulazione tanto istituzionale quanto perentoria – che “analoga scelta sia condivisa” dalla ministra del Turismo. Un ultimatum che ha di fatto scaricato Santanchè, già rinviata a giudizio per falso in bilancio nel caso Visibilia e oggetto di ulteriori inchieste per truffa all’Inps e bancarotta, trasformando la sconfitta referendaria in un’occasione di rinnovamento forzato per la compagine governativa.

Lo sguardo degli osservatori e l’analisi del voto popolare

Oltre ai contraccolpi interni al governo, il voto referendario ha suscitato reazioni significative nel mondo del diritto e dell’associazionismo, dove molti leggono l’esito delle urne come una bocciatura non solo di una riforma tecnica, ma di un intero metodo di intendere la separazione dei poteri. In questo quadro si inserisce l’intervento di Oreste Campopiano, avvocato e figura di lungo corso nella vita pubblica del Molise, che con una lettera aperta indirizzata al ministro Nordio ne ha caldeggiato il passo indietro. Il legale termolese, già presidente del Consiglio comunale di Termoli, ha contestato la linea dell’esecutivo definendo la permanenza di Nordio a via Arenula come “ingombrante e inopportuna” alla luce del peso politico espresso dal voto popolare.

Un’analisi che fa da contraltare alle riflessioni più ampie emerse nel dibattito pubblico, dove il risultato referendario viene interpretato come il rifiuto di una concezione conflittuale della giustizia. La vittoria del No, infatti, non ha riguardato solo il merito della “separazione delle carriere” o l’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare, ma ha rappresentato – come sottolineato da alcuni osservatori – la percezione da parte dei cittadini di un’eco “lontana e inquietante” dietro le parole d’ordine della maggioranza. Un verdetto che, di fatto, ha messo in discussione l’intera narrazione governativa sulla magistratura, costringendo l’esecutivo a un doloroso esercizio di auto-pulizia per tentare di arginare i danni politici di una sconfitta destinata a lasciare il segno.

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