L’effetto referendum, Meloni cambia passo: Delmastro e Bartolozzi fuori, pressing su Santanchè

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non è stato un semplice scossone, quello che ha attraversato il governo nella serata di ieri, quanto piuttosto l’inizio di una vera e propria opera di ricucitura strategica voluta dalla premier Giorgia Meloni. Dopo il risultato del referendum sulla giustizia – un verdetto che ha consegnato una sconfitta politica difficile da incassare per il centrodestra – Palazzo Chigi ha deciso di mettere mano al proprio organico con una rapidità che non lascia spazio a ripensamenti. Le dimissioni di Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia da sempre considerato una delle pedine più fedeli al ministro Carlo Nordio, e del capo di gabinetto Giusi Bartolozzi rappresentano il primo, significativo atto di un repulisti che punta a riconfigurare l’assetto di un esecutivo finora apparso spesso in bilico tra tensioni interne e fragilità comunicative.

Delmastro, figura centrale nel dicastero di via Arenula, ha rassegnato le dimissioni in serata; con lui ha lasciato l’incarico anche Giusi Bartolozzi, finita nell’occhio del ciclone per alcune uscite pubbliche ritenute fuori registro, l’ultima delle quali riguardava riferimenti critici verso i magistrati definiti in modo quantomeno scomposto. A gravare sul sottosegretario, oltre a una condanna in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio risalente a circa un anno fa (e destinata a essere valutata nei successivi gradi di giudizio), c’è soprattutto la recente esposizione mediatica legata al cosiddetto caso “bisteccheria”. In quella vicenda, a essere finita sotto la lente della cronaca giudiziaria – sebbene Delmastro non risulti indagato – è stata la figlia di un uomo con cui il politico aveva avuto rapporti di società, un particolare che, mescolato al clima già teso successivo al voto referendario, ha reso insostenibile la permanenza del sottosegretario.

Una scelta di campo per blindare la legislatura

Dietro le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, annunciate a ridosso l’una dell’altra quasi a voler suggellare una discontinuità netta, si legge la volontà della premier di blindare una legislatura che, complice un’agenda fitta di scadenze e un’opposizione pronta a capitalizzare ogni passo falso, aveva iniziato a mostrare segnali di sofferenza. Meloni, in queste ore, sta già lavorando ai nomi dei successori: due figure chiave da posizionare nel cuore del ministero della Giustizia per ricostruire una barriera che tenga separate le tensioni politiche dalle delicate partite giudiziarie. Ma il movimento non si ferma ai confini di via Arenula.

Il fronte del turismo: Santanchè sotto pressione

Più articolata, e forse destinata a un epilogo simile, è la situazione che riguarda il ministero del Turismo. La ministra Daniela Santanchè, da tempo al centro di un’attenzione mediatica che l’ha vista protagonista di diverse vicende giudiziarie – rispetto alle quali ha sempre rivendicato la propria estraneità ai fatti contestati – è ora oggetto di un pressing crescente da parte di Palazzo Chigi. Le parole utilizzate dalla premier nei confronti di Santanchè, secondo fonti di governo, sarebbero state nette: un invito pressoché esplicito a valutare un passo indietro. Un’apertura di credito, forse, più formale che sostanziale, che però lascia intendere come la fase di “piazza pulita” avviata con i primi due esodi sia destinata a coinvolgere anche la terza figura di spicco, quella di più alto rango tra quelle finora esposte alle critiche.

Errori di comunicazione e la resa dei conti interna

Quel che emerge dalle mosse della presidente del Consiglio è la consapevolezza che il vero terreno di scontro, dopo il verdetto referendario, sia diventato quello della credibilità dell’intera squadra di governo. Non più solo il merito delle riforme, insomma, ma l’immagine di compattezza che il centrodestra riesce a proiettare. Le tensioni interne, alimentate nei mesi scorsi da una comunicazione non sempre coordinata tra i vari dicasteri, avevano finito per minare la percezione di un esecutivo solido. Le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi servono proprio a ricucire quello strappo, a dimostrare che la linea cambia e che nessuno, nemmeno chi aveva costruito la propria carriera su un rapporto di fiducia strettissimo con il ministro Nordio, è intoccabile quando il rischio è quello di mettere a repentaglio la tenuta della legislatura.

E in questo gioco al massacro delle posizioni più esposte, la scelta di procedere a colpi di rimpasti mirati – sostituendo pezzi senza fare saltare l’intero impianto – rivela una strategia precisa: quella di circoscrivere i danni prima che questi possano infettare i dossier più delicati, dalla giustizia appunto alle partite economiche ancora aperte. A farla da padrone, in questa fase, è una sorta di realismo politico che spinge a sacrificare pedine, anche importanti, pur di preservare il centro della scacchiera. Il pressing su Santanchè, che al momento resiste ma appare sempre più isolata, suggerisce che l’operazione trasparenza e rigore voluta da Meloni non si fermerà ai primi due nomi, ma potrebbe proseguire finché non sarà stata ristabilita una narrazione di governo capace di scrollarsi di dosso l’idea di una maggioranza appesantita da trascorsi giudiziari e gaffe istituzionali.

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