Il governo dopo il terremoto referendario: le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi e il nodo Santanchè
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Redazione Interno
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Le scosse del terremoto referendario si sono propagate per l’intero perimetro dell’esecutivo, eppure è stato un dipartimento specifico, quello di via Arenula, a subire il crollo più immediato e tangibile. Al ministero della Giustizia, infatti, si sono accumulate le macerie di una duplice uscita di scena – quella del sottosegretario Andrea Delmastro e quella del capo di gabinetto Giusi Bartolozzi – avvenuta nell’arco di poche ore e sancita, con una nota ufficiale, dalla presidente del Consiglio. Si tratta, come spesso accade in queste dinamiche di palazzo, di un atto di responsabilità che arriva al termine di settimane segnate da veleni sotterranei, guai giudiziari e non pochi scivoloni sul fronte comunicativo. La partita interna alla maggioranza, in questo frangente, richiedeva una ripartenza rapida e l’allontanamento di figure ormai divenute troppo ingombranti per la tenuta complessiva del governo; una ripartenza che, nelle intenzioni di chi guida l’esecutivo, dovrebbe infondere un nuovo spirito nell’azione di governo, ma anche sollecitare una riflessione analoga tra le forze politiche, sia quelle di maggioranza sia quelle di opposizione.
La nota di Palazzo Chigi e il pressing sulla titolare del Turismo
A rendere ufficiale la scelta è stata una nota diffusa da Palazzo Chigi, nella quale la premier Giorgia Meloni ha espresso apprezzamento per la decisione di Delmastro e Bartolozzi di rimettere i rispettivi incarichi, ringraziandoli per il lavoro svolto con dedizione. Tuttavia, il medesimo comunicato non si è limitato a prendere atto delle due dimissioni. Vi si legge, infatti, un passaggio ulteriore che ha immediatamente spostato l’attenzione su un’altra polveriera del governo: il ministero del Turismo. Meloni, nella nota, ha “auspicato” il passo indietro anche della titolare del dicastero, Daniela Santanchè. Un auspicare che, nel linguaggio della politica e ancora di più nei rapporti tra una presidente del Consiglio e una sua ministra, rappresenta di fatto una richiesta esplicita, se non un ultimatum. La questione, in questo caso, si fa più intricata perché, mentre Delmastro e Bartolozzi hanno obbedito alla richiesta, la ministra del Turismo per il momento non ha dato alcun segnale di voler lasciare la poltrona, alimentando una tensione che rischia di trasformarsi in un braccio di ferro pubblico.
Il caso Delmastro, Bartolozzi e la scossa giudiziaria
Il doppio addio al dicastero guidato da Carlo Nordio trova la sua radice più profonda nel risultato del referendum costituzionale, un esito che ha agito come un acceleratore su situazioni già critiche. Delmastro, in particolare, era da tempo al centro di un vortice giudiziario e politico che ne aveva indebolito la posizione; i fatti che lo riguardano, per i quali ha sempre rivendicato la propria estraneità, avevano cominciato a pesare come un macigno sul governo. La sua vicenda processuale, unita alle ricadute comunicative e politiche, si è intrecciata con quella di Bartolozzi, magistrata chiamata a ricoprire il ruolo di capo di gabinetto, generando un corto circuito che il voto referendario ha reso insostenibile. È in questo contesto che la premier ha operato la scelta di chiedere i due passi indietro, cercando di rimuovere ciò che definiva “le macerie” dal cuore del ministero della Giustizia. Del resto, la richiesta avanzata a Santanchè, sebbene riguardi un altro dicastero, è figlia della medesima esigenza di ripulire il campo da figure la cui permanenza è percepita come un ostacolo alla ripartenza.
La reazione della ministra e il nuovo equilibrio
La situazione, a questo punto, si gioca su un piano di sottile valutazione politica. Mentre le uscite di Delmastro e Bartolozzi sono state incassate dall’esecutivo come un atto dovuto, la resistenza di Santanchè introduce un elemento di incertezza che nessuna nota di Palazzo Chigi può risolvere da sola. La ministra, nel confronto serrato con la premier, ha opposto una difesa basata sulla differenza della propria posizione rispetto a quella del sottosegretario alla Giustizia; una linea difensiva che, secondo quanto si apprende, tende a sottolineare come il “caso” che coinvolge Delmastro avesse una natura molto più grave del proprio, tentando così di legittimare la propria permanenza al dicastero del Turismo. Una strategia che, nel breve termine, mantiene aperto un fronte delicato per il governo, il quale si trova nella necessità di gestire una maggioranza già provata dal voto referendario senza mostrare ulteriori crepe. La richiesta di “spirito nuovo”, formulata dalla presidente del Consiglio, si scontra ora con la volontà di una sua ministra di non cedere, in una partita nella quale la posta in gioco non è solo la composizione del Consiglio dei ministri, ma la capacità stessa dell’esecutivo di archiviare una fase complicata e voltare pagina senza lasciare sul tappeto altre vittime eccellenti.




