Meloni e le dimissioni “volontarie”: il caso Santanchè e il limite del potere di veto
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Redazione Interno
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Giorgia Meloni ha scelto la formula dell’“apprezzamento” per accogliere, nella tarda serata del 24 marzo, le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi. Due uscite di scena – quella del sottosegretario alla Giustizia e della capo di gabinetto del dicastero di via Arenula – che arrivano al termine di settimane dense di polemiche e che si intrecciano, inevitabilmente, con il clima politico che si respira a pochi giorni dal referendum sulla giustizia. A rendere plasticamente evidente il nesso tra i due eventi è stata la tempistica: il verdetto delle urne, che ha bocciato la riforma voluta dal governo, ha agito come un acceleratore di dinamiche già in atto, trasformando quella che poteva essere una fase di ordinaria amministrazione in un terremoto politico di dimensioni ancora tutte da valutare.
Il peso di un voto e le responsabilità individuali
Delmastro, nel suo intervento pubblico successivo alle dimissioni, ha parlato di “leggerezza” e di una battaglia contro la mafia che non voleva vedere indebolita. Le sue parole, riferite alla vicenda del ristorante e al mancato controllo sul proprio interlocutore, hanno fatto da contraltare alla scelta di farsi da parte: una decisione, ha spiegato, presa per non compromettere l’azione di un governo che – nelle sue intenzioni – dovrebbe rimanere compatta sul fronte della legalità. Più complesso, se possibile, il quadro che riguarda Bartolozzi, il cui addio al ministero della Giustizia porta con sé strascichi di polemiche che vanno ben oltre la sconfitta referendaria. La sua parabola, da ex deputata di Forza Italia a funzionaria al vertice del ministero, si è spezzata su un doppio fronte: da un lato la sconfitta su un referendum che aveva contribuito a sostenere con toni aspri, dall’altro il farsi carico di un ruolo delicatissimo, quello di capo di gabinetto, che negli ultimi mesi l’aveva vista al centro di un braccio di ferro con la magistratura.
La geometria variabile della maggioranza
Se le uscite di scena di Delmastro e Bartolozzi hanno trovato una soluzione rapida, con la premier che ha incassato i loro passi indietro quasi come un atto dovuto, il discorso si fa più articolato quando si prova a traslare il ragionamento sul caso che, in queste ore, agita i palazzi romani: quello della ministra del Turismo, Daniela Santanchè. È qui che il principio della “responsabilità politica” si scontra con la realtà dei numeri e con la struttura stessa della maggioranza. A differenza di un sottosegretario o di un capo di gabinetto – figure la cui permanenza è strettamente legata al rapporto fiduciario con il titolare del dicastero o con la presidenza del Consiglio – il destino di un ministro è vincolato a una dinamica più complessa.
L’impossibilità di un atto unilaterale
Meloni non può obbligare Santanchè a dimettersi con la stessa immediatezza con cui ha “accolto” le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi. Questo perché, mentre per i primi due la richiesta di rassegnare le cariche poteva assumere i contorni di una valutazione discrezionale del vertice dell’esecutivo, per un ministro il passaggio obbligato è quello del voto parlamentare. Un ministro, nel sistema italiano, non è un dipendente del presidente del Consiglio, ma un titolare di un dicastero legato al Parlamento da un rapporto fiduciario. La rimozione, di fatto, non può avvenire tramite un atto unilaterale della premier senza che si inneschi una crisi di governo o, quantomeno, un rimpasto che richiederebbe l’investitura parlamentare. Una differenza non formale, ma sostanziale, che spiega perché, nonostante le polemiche e le pressioni politiche – quelle stesse che hanno portato due figure chiave del ministero della Giustizia a lasciare il posto – la posizione della ministra del Turismo appaia, al momento, più solida di quanto molti osservatori avessero previsto.
Giustizia e potere: l’eredità di una stagione
La vicenda che ha travolto Delmastro e Bartolozzi lascia sullo sfondo un’eredità pesante per il ministero della Giustizia. La riforma a firma Nordio, che molti nella maggioranza avevano indicato come un punto di svolta, si è infranta contro il verdetto referendario. E proprio in quelle settimane di campagna referendaria, i toni utilizzati da Bartolozzi – che in passato aveva rivestito la toga – erano apparsi come l’emblema di un conflitto mai sopito tra potere politico e potere giudiziario. Con la sua uscita di scena, e con quella di Delmastro che si auto-definisce “sprovveduto” di fronte alle verifiche non fatte, si chiude un capitolo segnato da un’evidente fragilità gestionale. Ma la domanda che aleggia, in queste ore, è se la “miccia” rappresentata dal caso Santanchè potrà bruciare più a lungo delle polveri che hanno portato ai due addii di ieri, o se invece la differenza di ruoli – e quindi di procedure – finirà per blindare un’esecutivo che, pur scosso, cerca di ritrovare un baricentro.




