Terremoto al governo, dopo il referendum le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi e l’appello a Santanchè
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Redazione Interno
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L’onda lunga del referendum, quella che ha visto la proposta di riforma della giustizia affondare sotto il peso di un “No” netto e inappellabile, ha iniziato a riversarsi ieri con violenza inattesa dentro gli uffici di Palazzo Chigi e del ministero della Giustizia. Il terremoto politico, preannunciato dalle urne, ha prodotto i suoi primi effetti concreti con le dimissioni di due figure chiave dell’entourage del Guardasigilli Carlo Nordio: il sottosegretario Andrea Delmastro e il capo di gabinetto Giusi Bartolozzi hanno consegnato le irrevocabili dimissioni, in un pomeriggio che ha visto la premier Giorgia Meloni passare all’incasso delle prime responsabilità politiche, ma non senza allargare ulteriormente il perimetro della scossa.
Le ragioni dei due passi indietro, sebbene convergenti nel tempismo, affondano le radici in vicende personali e giudiziarie distanti. Per Delmastro, esponente di punta di Fratelli d’Italia e da sempre paladino della linea dura contro la criminalità, il nodo è venuto al pettine nella vicenda societaria legata a un ristorante romano, “Le cinque forchette”. La società, costituita a Biella nel 2024 e proprietaria del locale in via Tuscolana, vedeva tra i soci anche Miriam Caroccia, all’epoca diciottenne e figlia di Mauro Caroccia, imprenditore della ristorazione con precedenti alle spalle per reati di stampo mafioso e legami con il clan camorrista dei Senesi, attualmente detenuto. Lo stesso sottosegretario, nel consegnare le dimissioni, ha parlato di una “leggerezza” a cui ha rimediato non appena ne ha avuto contezza, dichiarando di volersi assumere la responsabilità “nell’interesse della Nazione”. Nonostante il tentativo di circoscrivere l’errore, le opposizioni hanno subito rincarato la dose, evidenziando come il politico non avesse comunicato le variazioni di proprietà né alla Camera né al dicastero, in violazione delle norme sul conflitto d’interessi.
Parallelamente, Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di Nordio e figura finita al centro di una bufera mediatica ben prima del voto, ha lasciato l’incarico dopo un colloquio con il ministro. Il suo nome era rimasto appeso a dichiarazioni roventi rilasciate durante la campagna referendaria, quando aveva definito i magistrati “un plotone di esecuzione”, scatenando le ire della magistratura e costringendo lo stesso ministro a una pubblica presa di distanza. A ciò si aggiungeva la posizione di indagata per false informazioni nel caso del generale libico Almasri, una vicenda che ne aveva minato la tenuta già da settimane. Palazzo Chigi ha ringraziato entrambi per il lavoro svolto, ma il messaggio della premier non si è fermato qui, trasformando l’auspicio in una richiesta netta anche per un’altra figura di governo.
La richiesta a Santanchè e il muro della ministra
In una nota ufficiale diffusa nella serata di ieri, Giorgia Meloni ha infatti “auspicato che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal Ministro del Turismo Daniela Santanchè”. Una frase, questa, che ha di fatto rotto un equilibrio che durava da oltre un anno, da quando la ministra aveva arringato il Parlamento con una borsa di Hermès in bella mostra, in occasione della mozione di sfiducia che era riuscita a superare, promettendo che si sarebbe dimessa solo se glielo avesse chiesto personalmente la presidente del Consiglio. Quella clausola, che per mesi era sembrata una protezione, si è improvvisamente trasformata in un’ingombrante ghigliottina.
La risposta di Santanchè non si è fatta attendere e, almeno per il momento, è stata quella della resistenza. Attraverso una nota del suo ministero, ha fatto sapere che si sarebbe presentata regolarmente in ufficio. E così è stato: questa mattina, tailleur beige, occhiali da sole e telefonino all’orecchio, la titolare del Turismo è entrata a via di Villa Ada dribblando le domande dei cronisti, incassando il sostegno formale del capogruppo di FdI al Senato, Lucio Malan, che in Aula ha assicurato che “seguirà le indicazioni della presidente”. Intorno a lei, la pressione è aumentata: le opposizioni hanno depositato una nuova mozione di sfiducia, consapevoli che il contesto politico è radicalmente mutato rispetto ai mesi scorsi.
I procedimenti giudiziari e i tempi della giustizia
A rendere la posizione della ministra oggettivamente più fragile rispetto a quella dei due dimissionari della Giustizia è il groviglio di procedimenti penali che la attendono a Milano. Il quadro giudiziario che grava su Santanchè è complesso e stratificato: da un lato c’è il processo già incardinato per presunto falso in bilancio legato alla gestione della società Visibilia, mentre dall’altro si attende la definizione di ulteriori filoni di inchiesta, tra cui quello relativo alla cosiddetta “truffa Covid” all’Inps e l’indagine per bancarotta fraudolenta legata al crac del gruppo Bioera. La Procura di Milano, in questo contesto, procede spedita: secondo quanto si apprende, la chiusura delle indagini per bancarotta – che vede coinvolta la ministra insieme ad altri ex amministratori – dovrebbe arrivare entro un paio di mesi, presumibilmente prima della pausa estiva di agosto.
Questi appuntamenti con la giustizia, uniti al risultato del referendum che ha trasformato la sconfitta sulla riforma in un giudizio politico sull’operato dell’esecutivo, hanno reso il perimetro di manovra della premier estremamente angusto. La scelta di chiedere pubblicamente le dimissioni, un gesto quasi inedito per un presidente del Consiglio nei confronti di un proprio ministro, rivela la necessità di arginare una emorragia di consenso che le urne hanno reso evidente. Nel frattempo, il sostegno all’interno della maggioranza inizia a mostrare crepe: mentre Fratelli d’Italia e Forza Italia si sono allineati alla richiesta della premier, con il portavoce azzurro Raffaele Nevi che ha parlato di un passo indietro necessario “per la serenità con cui il governo deve andare avanti”, la Lega ha scelto per ora la via del silenzio, astenendosi dal commentare la situazione.
L’assedio al dicastero della Giustizia
Le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, pur rappresentando un tentativo di circoscrivere il danno, hanno di fatto spostato l’attenzione sulla tenuta dell’intero dicastero guidato da Carlo Nordio. Le opposizioni, forti del risultato referendario, non hanno alcuna intenzione di fermarsi qui: i gruppi parlamentari di Pd, M5s e Avs hanno chiesto a gran voce che lo stesso ministro della Giustizia facesse un passo indietro, ritenendolo politicamente responsabile di una riforma bocciata in modo sonoro dagli italiani e di aver circondato il proprio staff di personaggi finiti sotto inchiesta o al centro di scandali. La conferenza dei capigruppo alla Camera, in programma per oggi, sarà decisiva per calendarizzare la mozione di sfiducia presentata contro Santanchè, ma anche per capire se l’attacco all’operato di Nordio potrà trasformarsi in un ulteriore fronte di crisi per la maggioranza.
Per la presidente del Consiglio, che aveva visto nella riforma della giustizia uno dei pilastri della sua azione di governo, il quadro che si delinea è quello di una resa dei conti interna obbligata. La decisione di sacrificare i due fedelissimi del ministero e di mettere all’angolo pubblicamente Santanchè risponde alla logica di provare a isolare il danno politico, separando le vicende personali dei singoli dall’azione del governo. Tuttavia, la resistenza della ministra del Turismo, che continua a ripetere ai suoi collaboratori che “il mio caso è diverso”, trasforma quella che doveva essere una rapida operazione di pulizia in un braccio di ferro prolungato, destinato a tenere banco nei prossimi giorni e a influenzare pesantemente l’agenda parlamentare.




