Terremoto al ministero, dopo il referendum le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi
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Redazione Interno
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L’indomani della sconfitta referendaria, quella che doveva essere una semplice riflessione sugli equilibri del dicastero si è trasformata in un vero e proprio terremoto politico. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, finito al centro di un vortice giudiziario e mediatico per la vicenda della società in cui figurava con la figlia di Mauro Caroccia – un imprenditore finito nel mirino della giustizia in quanto prestanome del clan Senese – ha rassegnato le sue irrevocabili dimissioni, seguito a ruota dalla capa di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi. Un passo indietro, quello dei due vertici di via Arenula, maturato dopo una mattinata di valutazioni serrate a Palazzo Chigi e ai vertici di Fratelli d’Italia, durante le quali è emersa la necessità di un gesto netto dopo il risultato delle urne che ha visto trionfare il No con il 53,7%.
La “leggerezza” di Delmastro e la gestione della crisi
Delmastro, in una nota ufficiale diffusa poco dopo l’incontro con il Guardasigilli, ha parlato di una “leggerezza” commessa, precisando di non aver compiuto nulla di “scorretto” e di essersi assunto la responsabilità “nell’interesse della nazione”. Il riferimento è alla sua partecipazione, ormai oggetto di un'inchiesta della procura di Torino, nella compagine della “Bisteccheria d’Italia” – un locale di Roma in cui era socia la giovanissima figlia di Mauro Caroccia, figura già condannata in via definitiva per i legami con la criminalità organizzata capitolina. La vicenda, venuta alla luce alla vigilia del voto, aveva progressivamente eroso il perimetro della difesa politica, trasformando la questione in un caso di opportunità politica che la premier Giorgia Meloni, pur avendo inizialmente tentato di blindare il suo fedelissimo, ha infine deciso di recidere.
Le dichiarazioni di Bartolozzi e la rottura con la magistratura
Accanto a Delmastro, la scure si è abbattuta anche su Giusi Bartolozzi, il capo di gabinetto di Nordio la cui posizione era apparsa in bilico già dopo alcune uscite pubbliche ritenute eccessivamente conflittuali nei confronti dell’ordine giudiziario. Bartolozzi, infatti, era finita nell’occhio del ciclone per aver definito i magistrati un “plotone di esecuzione”, auspicando che la vittoria del Sì referendario avrebbe consentito di “liberarsene”. Nonostante il ministro Nordio avesse tentato fino all’ultimo di schermarla, dichiarando pubblicamente che la sua posizione “non era in discussione” e che le polemiche sulla comunicazione non dovevano oscurare il merito della riforma, le pressioni interne al partito e le valutazioni sulle ricadute dell’immagine governativa hanno reso inevitabile il suo sacrificio.
La ricostruzione dei fatti e gli sviluppi giudiziari
A rendere insostenibile la permanenza del sottosegretario – che ricopriva anche la delega al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria – sono state le progressive rivelazioni sull’intreccio societario. Secondo quanto ricostruito in diverse inchieste giornalistiche, Delmastro e altri esponenti piemontesi di Fratelli d’Italia risultavano in società con Miriam Caroccia, studentessa diciottenne la cui famiglia gestiva da anni locali riconducibili al clan di Michele Senese. La difesa del politico si è basata sull’ignoranza circa la reale identità della socia, ma l’interesse delle procure – unite al fatto che le foto ritraenti Delmastro insieme al padre di lei fossero circolate ampiamente – ha trasformato la vicenda da semplice gossip politico a potenziale terreno di indagine per chiarire eventuali rapporti di frequentazione non episodici. Sul fronte della capo di gabinetto, invece, pesavano le dichiarazioni rilasciate nel corso della campagna referendaria, interpretate dall’opposizione come una volontà di delegittimazione preventiva delle toghe, un atteggiamento ritenuto incompatibile con il ruolo istituzionale ricoperto all’interno del ministero.
Gli equilibri di governo dopo la sconfitta referendaria
La débâcle referendaria, che ha visto il progetto di riforma costituzionale voluto dal governo naufragare con un margine di scarto superiore al 6%, ha dunque agito da detonatore per la crisi di vertice del dicastero. A via Arenula, dove il ministro Nordio ha preso atto con “rispetto” della decisione popolare, si era aperta una fase di stallo in cui i collaboratori più stretti del Guardasigilli sono apparsi progressivamente isolati. Le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi rappresentano, pertanto, il primo atto politico di una fase che si preannuncia di riassetto per l’esecutivo, chiamato a gestire le conseguenze di un voto che ha bloccato sul nascere ulteriori iniziative di riforma giudiziaria. Mentre la premier non ha inteso chiedere la fiducia al Parlamento, considerando che non sussistono i presupposti per una crisi di governo, il segnale lanciato con il sacrificio dei due esponenti di vertice di via Arenula mira a contenere i danni di una sconfitta che, secondo i flussi elettorali, ha visto una mobilitazione trasversale contro la riforma Nordio.




