Gran Sasso, la procura chiede l’archiviazione per la morte dei due alpinisti: “Soccorsi impossibili”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La procura di Teramo ha depositato la richiesta di archiviazione per il fascicolo aperto dopo la morte di Cristian Gualdi e Luca Perazzini, i due alpinisti di Santarcangelo di Romagna deceduti sul Gran Sasso il 22 dicembre del 2024. Nelle motivazioni, firmate dal pm Laura Colica, si sostiene che nessuna responsabilità penale possa essere imputata a chi gestì la macchina dei soccorsi, nemmeno a fronte delle domande e dei dubbi sollevati nei mesi successivi dalle famiglie delle vittime. La Procura, in sostanza, esclude che vi siano stati ritardi o omissioni, e la ricostruzione degli eventi, così come emerge dagli atti depositati, dipinge un quadro in cui ogni possibile intervento sarebbe stato vanificato dalle condizioni meteo proibitive, già manifestatesi con chiarezza nel primo pomeriggio di quella domenica.
Erano circa le 14 e 56 quando dal cellulare di Cristian Gualdi partì la prima richiesta di aiuto al 112, l’inizio di una sequenza disperata di telefonate che si sarebbe protratta per ore, fino a quando le voci dei due, ormai allo stremo, cessarono per sempre. I due amici, esperti ma non certo professionisti dell’alta quota, erano partiti al mattino, risalendo con la seggiovia da Fonte Cerreto verso Campo Imperatore, diretti alla vetta. Il sole che splendeva nelle immagini girate dai loro cellulari intorno alle 13, e che ritraeva Luca e Cristian sorridenti, venne inghiottito nel giro di poche ore da una bufera di neve e vento che trasformò la montagna in una trappola. Una caduta nel canalone della Valle dell’Inferno, a circa 2.700 metri, compromise definitivamente la loro situazione: Luca Perazzini perse uno scarpone e un guanto, restando con un piede nudo esposto al gelo e al vento che soffiava a raffiche violentissime, e da quel momento per loro non ci fu più scampo.
Le famiglie dei due alpinisti, assistite dagli avvocati Luca Greco e Francesca Giovannetti, presentarono nei mesi seguenti un esposto dettagliato, chiedendo alla magistratura di far luce su una serie di punti critici che, a loro avviso, avrebbero potuto fare la differenza. Al centro della loro istanza, la constatazione che Cristian e Luca rimasero in contatto con i soccorritori per quasi quattro ore, tentando invano di fornire indicazioni e la loro posizione gps, in attesa di un aiuto che non arrivò mai; i legali delle famiglie hanno sempre sottolineato come, nonostante le 17 chiamate intercorse con i centralini del 112 e del 118, non fu mai allertato l’elicottero dell’Aeronautica militare, l’unico mezzo forse in grado di operare con margini di sicurezza anche in condizioni proibitive, sollevando il dubbio che un tentativo estremo si potesse comunque compiere.
Gli inquirenti, al termine degli accertamenti tecnici e delle verifiche delegate ai carabinieri forestali, hanno invece escluso questa possibilità. Nelle carte depositate dalla procura si legge che le condizioni meteorologiche in quota, già prima delle 14 e 56, erano talmente compromesse da rendere impossibile qualsiasi volo in sicurezza, e che l’impiego dei mezzi militari, pur ipotizzato, non avrebbe potuto modificare l’esito finale della vicenda. La richiesta di archiviazione, che rappresenta un atto dovuto al termine di un’indagine che aveva visto anche l’iscrizione di un responsabile del Soccorso Alpino abruzzese nel registro degli indagati, si fonda proprio su questo assunto: nessuna omissione, nessuna negligenza, solo l’impietosa forza degli elementi naturali a decretare la fine dei due escursionisti, i cui corpi vennero recuperati solo cinque giorni dopo, nello stesso punto da cui era partita la richiesta di soccorso.
La determinazione dei familiari a opporsi alla chiusura del caso
La parola passa ora al giudice per le indagini preliminari, che dovrà valutare la richiesta della procura, ma la vicenda giudiziaria è ben lungi dall’essere conclusa. I familiari di Luca Perazzini e Cristian Gualdi, attraverso i loro legali, hanno già annunciato con decisione la volontà di presentare opposizione all’archiviazione, chiedendo al giudice di disporre nuovi accertamenti o di fissare un’udienza per discutere nel merito le contraddizioni che, a loro giudizio, permangono nella ricostruzione ufficiale.
Per i genitori dei due alpinisti, e in particolare per la mamma di Luca, Carmen, la richiesta della procura non rappresenta un punto di arrivo, ma un ulteriore tassello di un dolore che chiede verità: “Se non si poteva fare niente, ok. Ma se si poteva fare qualcosa e non è stato fatto, se c’è un responsabile, deve pagare” aveva dichiarato nei mesi scorsi, sintetizzando il sentimento di chi non riesce ad accettare che il tempo trascorso tra la richiesta d’aiuto e il sopraggiungere della notte non sia stato impiegato in ogni tentativo possibile, incluso quello di alzare il telefono e chiamare i reparti di volo di Pratica di Mare o Cervia per chiedere se un tentativo disperato si potesse tentare. I loro legali, ora, dovranno dimostrare al giudice che gli elementi raccolti meritano un approfondimento diverso, concentrandosi in particolare sulla catena di comando che quella domenica gestì l’emergenza e sulla tempistica con cui vennero valutate le opzioni a disposizione.
Le telefonate e la disperazione cristallizzata negli atti
Dagli atti dell’inchiesta, destinati ora a confluire in un archivio se il giudice accoglierà la richiesta della procura, emergono con nitidezza le voci e le parole di quei minuti interminabili. Le trascrizioni delle telefonate, alcune delle quali sono state rese pubbliche, restituiscono la progressione della tragedia: la prima richiesta d’aiuto, la speranza iniziale, poi lo smarrimento, il freddo che penetrava nelle ossa e la domanda, ripetuta come un mantra da Cristian Gualdi agli operatori del 118: “Non ci venite a prendere? Qui è freddo... dove siete?”. L’ultimo contatto utile, intorno alle 18 e 57, registra un flebile “siamo qui...”, prima del silenzio, e soltanto cinque giorni più tardi, il 27 dicembre, con il miglioramento delle condizioni meteo, le squadre del Soccorso Alpino e della Guardia di Finanza poterono recuperare i corpi, ormai senza vita.
Il pm Laura Colica, nella sua richiesta, ha tenuto conto anche di questi elementi, ma li ha inquadrati in una cornice diversa da quella dei familiari: le cinquanta consultazioni delle previsioni meteo effettuate nei giorni precedenti l’escursione dimostrerebbero, secondo l’accusa, che i due erano consapevoli dei rischi, e la violenza della tempesta in atto, con raffiche superiori ai cento chilometri orari e visibilità nulla, avrebbe impedito a chiunque, anche ai piloti più esperti dell’Aeronautica, di avvicinarsi al canalone in cui erano finiti. Una posizione, quella della procura, che ora si scontrerà con la determinazione delle famiglie, le quali, forti anche del sostegno della loro comunità, chiedono che nessun dettaglio di quel pomeriggio venga tralasciato e che si faccia piena luce su ogni passaggio della catena dei soccorsi.




