Iran, dieci giorni di rivolta e il piano di fuga della guida suprema
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Redazione Esteri
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Mentre le strade del paese bruciano da dieci giorni consecutivi, il regime degli ayatollah, che ha già fatto registrare un tragico bilancio di almeno trentacinque vittime e milleduecento arresti, sembra aver imboccato una pericolosa curva. Quella che stanno vivendo l'Iran e i suoi cittadini, infatti, non è una semplice replica delle passate sollevazioni, dalle proteste studentesche di inizio millennio al più recente movimento "Donna, Vita, Libertà", bensì un moto di carattere differente, profondamente radicato in una crisi economica che strozza la popolazione e che ha portato la rabbia fin dentro il cuore simbolico del commercio teheranese. Proprio al Grand Bazaar, luogo storico di contrattazioni e politica, le forze dell'ordine hanno disperso i dimostranti con i lacrimogeni, in una scena che riassume lo scontro tra un potere in affanno e una disperazione che non accenna a placarsi.
Un piano di emergenza che parla di paura
La gravità della situazione è tale da spingere i vertici del sistema a valutare scenari estremi, alcuni dei quali confermano le pressioni interne e internazionali che il paese sta subendo. Fonti attendibili riferiscono, in proposito, dell'esistenza di un piano di emergenza della Guida Suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, il quale, nel caso in cui gli eventi dovessero precipitare ulteriormente, sarebbe pronto a lasciare il paese per Mosca insieme a una ventina di familiari. Una misura di questo tenore, che trasmette un'inquietudine mai così palese, colloca il regime in una sorta di "modalità sopravvivenza", segnalando come la posta in gioco sia percepita come particolarmente alta e il pericolo, per la classe dirigente, come concreto e imminente.
La violenza raggiunge i luoghi di cura
La repressione, d'altro canto, non conosce confini e ha violato persino la sacralità dei luoghi di cura. Nella provincia occidentale di Ilam, a circa cinquecentoquindici chilometri dalla capitale, un episodio di particolare gravità ha visto le forze di sicurezza irrompere in un ospedale alla ricerca di manifestanti feriti in precedenti scontri, per poi aprire il fuoco all'interno della struttura. Di fronte a un atto di tale efferatezza, lo stesso presidente Masoud Pezeshkian, figura generalmente considerata di un riformismo più moderato, si è visto costretto a intervenire, ordinando al ministero dell'Interno di avviare un'indagine completa sull'accaduto, una mossa che, pur nella sua necessità formale, difficilmente potrà placare l'onda d'urto dell'indignazione.
La protesta si espande e cambia volto
La rivolta, nel frattempo, continua a espandersi e a mutare pelle, coinvolgendo strati sociali differenti e toccando nuovi punti nevralgici della metropoli. Oltre al Bazaar, i dimostranti si sono radunati anche presso il complesso commerciale Caterpillar, un noto mercato di ricambi auto e componenti meccanici nella zona ovest di Teheran, dove gli slogan si sono fatti esplicitamente politici, gridando "Morte al dittatore". Una convergenza di intenti tra piccoli commercianti, classi popolari e frange più politicizzate che delinea un fronte di dissenso ampio e composito, il cui grido di battaglia, nato dal carovita, si sta rapidamente trasformando in una contestazione radicale dell'intero establishment clericale e della sua Guida.




