Palermo ricorda Paolo Taormina, migliaia in strada per la fiaccolata

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Oltre duemila persone, una marea silenziosa e composta, hanno invaso le strade di Palerma l'11 ottobre, partendo da piazza Politeama per rendere omaggio a Paolo Taormina e a tutte le altre vittime di una violenza che, purtroppo, non conosce tregua. Tra la folla, che stringeva nel pugno una candela o accendeva la luce del proprio telefono, camminavano la madre Fabiola Galioto e la sorella Sofia, il cui dolore, seppur immenso, era condiviso e in qualche modo sostenuto dalla presenza di altri familiari che hanno vissuto lo stesso, straziante percorso. Un'onda di luce e di commozione, la quale, seppur per una sera, ha tentato di rischiarare le ombre di una città ferita.

Il racconto di una tragedia annunciata

La serata, che doveva essere come tante altre, si è trasformata in un incubo dentro il locale di famiglia, la Champagneria, dove Paolo, che aveva da poco compiuto ventun anni, è stato colpito a morte da un colpo d'arma da fuoco. Secondo quanto ricostruito, Gaetano Maranzano, un ventottenne del quartiere Zen, avrebbe esploso il proiettile fatale durante una lite divampata per motivi ancora al vaglio degli investigatori; non contento, si dice che l'uomo abbia poi puntato la medesima pistola contro la sorella della vittima, Sofia, prima di darsi alla fuga insieme ad altri giovani, saliti in fretta e furia su degli scooter per disperdersi nel buio. Un episodio di una brutalità inaudita, che ha lasciato sul lastrico una famiglia intera.

Il peso di una scelta e il rimorso di un padre

Il padre, Giuseppe Taormina, vive ora nel rimorso più profondo, arrivando ad addossarsi, seppur irragionevolmente, la responsabilità della morte del figlio. Era stato infatti lui a comprare quel pub, "O Scrusciu", con la speranza di far tornare Paolo a Palermo, dopo che il giovane si era allontanato dalla città. Quel locale, che avrebbe dovuto rappresentare un nuovo inizio, un'ancora di salvezza e un progetto comune, è diventato invece il palcoscenico della tragedia. "Colpa mia se è morto", sono state le sue parole, cariche di una disperazione che nessun genitore dovrebbe mai provare, mentre vegliava davanti alla camera mortuaria del Policlinico, circondato da un cordone di parenti e amici che cercavano, invano, di offrire un conforto.

Il grido straziante di una madre

Seduta su una panchina, Fabiola Galioto, la madre, dava sfogo a un dolore primitivo e sconfinato. "Scrivetelo chi era Paolo, voi lo sapete chi era Paolo e chi è quello. Un assassino", gridava, in un accorato appello affinché la memoria del figlio non venisse offuscata dalla brutalità del suo omicidio. Le sue lacrime, che sembravano non avere fine, raccontavano una storia diversa da quella della cronaca nera: la storia di un ragazzo, di una vita spezzata nel fiore degli anni, e di un affetto che nemmeno la morte più ingiusta potrà mai cancellare. Attorno a lei, il tentativo di una collettività di farsi carico, almeno per un attimo, di un peso che è però, in ultima analisi, impossibile da condividere fino in fondo.

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