Calenda a Salvini: "Chi riceve neonazisti cocainomani in un ministero"
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Redazione Interno
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Una fotografia, scattata tra le pareti di un ministero della Repubblica, ha innescato una reazione a catena di rara asprezza nel panorama politico, trascinando il dibattito ben oltre le consuete scaramucce tra alleati e avversari. L'immagine ritrae Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, mentre stringe la mano a Tommy Robinson, attivista britannico noto per le sue posizioni estremiste e per un curriculum giudiziario che include condanne per reati quali aggressione e frode. Quella stretta di mano, apparentemente formale, è stata interpretata da molti non come un mero episodio di cortesia internazionale, bensì come un segnale politico di allineamento simbolico con frange radicali, scatenando un putiferio che ha lambito persino gli equilibri di governo.
La reazione senza giri di parole di Carlo Calenda
A lanciare il sasso più pesante, utilizzando un linguaggio volutamente diretto e privo di ambiguità, è stato Carlo Calenda, segretario di Azione, il quale, pur evitando di pronunciare esplicitamente il nome di Salvini, ha lasciato pochi dubbi sul destinatario delle sue parole. “Non posso stare con chi riceve neonazisti cocainomani in un ministero della Repubblica Italiana”, ha dichiarato il leader, condensando in una frase secca tutto il suo disappunto. Un’accusa che, oltre a contestare la liceità politica dell’incontro, ne ha sottolineato con forza la gravità istituzionale, evocando la sacralità dei luoghi dello Stato. Calenda, del resto, non è nuovo a toni netti, ma questa volta ha scavato un solco profondo, trasformando una polemica in una questione di principi e di decoro.
Le frizioni nella maggioranza e la posizione di Tajani
Se la condanna dell'opposizione era attesa, più significative sono state le crepe apparse all’interno dello stesso schieramento di centrodestra. Antonio Tajani, ministro degli Esteri e vicepremier di Forza Italia, ha preso nettamente le distanze dall’accaduto, definendo “incompatibili con i miei valori” le posizioni dell’esponente britannico e chiarendo che lui, personalmente, non lo avrebbe mai ricevuto. Una presa di posizione che, sebbene formalmente corretta e incentrata sui propri princìpi, ha inevitabilmente gettato un’ombra sull’operato del collega leghista, isolandolo almeno sul piano delle dichiarazioni pubbliche. Salvini, dal canto suo, ha reagito con una certa disinvoltura, affermando semplicemente di fare “quello che voglio”, minimizzando così la portata delle critiche e tentando di ricondurre l’episodio a una questione di libertà personale.
Il profilo controverso dell'ospite britannico
La durezza delle reazioni non può essere disgiunta dalla figura dell’uomo al centro della bufera. Tommy Robinson, il cui vero nome è Stephen Christopher Yaxley-Lennon, è un personaggio la cui biografia è costellata non solo di attivismo politico nell’area dell’ultradestra nazionalista e anti-islamica, ma anche di numerosi precedenti giudiziari. Le cronache britanniche, che ne hanno seguito le vicende legali, hanno riportato condanne per una serie di reati, il che ne ha fatto, agli occhi di molti osservatori, un simbolo tanto della protesta populista quanto della devianza dalla legalità. Questa premessa rende comprensibile perché la sua presenza in un ufficio governativo italiano sia stata percepita come una provocazione, o quantomeno come una clamorosa mancanza di discernimento.




