Pedro Sánchez, il baluardo che trema tra i successi dell'economia e il deserto del consenso
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Lo scudo di cui si serve Pedro Sánchez, ultimo capo di governo di sinistra ancora saldo in un'Europa sempre più spostata a destra, è fatto di numeri che, in apparenza, sembrerebbero inattaccabili: una crescita economica superiore alla media dell'Unione, livelli di occupazione senza precedenti e conti pubblici gestiti con una certa prudenza, nonostante le pressioni inflazionistiche degli ultimi anni. È su questi pilastri, che lui stesso continua a rivendicare con tenacia, che il premier spagnolo cerca di reggere l'urto di una tempesta politica d'intensità crescente, la quale, al contrario dei parametri macroeconomici, non accenna a placarsi. La sua leadership, iniziata nel 2018 e proseguita attraverso la guida di tre distinti esecutivi di centro-sinistra, appare oggi più fragile che mai, minata da una serie di scandali di corruzione – i quali, com'è ovvio, hanno eroso una parte significativa della fiducia degli elettori – e da un consenso che si sgretola in modo palpabile, quasi elettorale dopo elettorale.
Il tonfo in Estremadura e il paradosso della Spagna in crescita
Le elezioni regionali dello scorso 21 dicembre in Estremadura, regione storicamente considerata una roccaforte del socialismo iberico, hanno rappresentato una doccia gelida per il Partito Socialista Operaio Spagnolo, confermando tutte le paure che circolavano nei palazzi della Moncloa. Il PSOE, infatti, è crollato al 26% dei consensi, un dato che suona come un vero e proprio naufragio in un territorio dove un tempo dominava incontrastato. Dall'altra parte, i partiti di destra e dell'estrema destra hanno cumulato circa il 60% delle preferenze, con il Partito Popolare in testa e Vox in exploit, arrivando a toccare il 17%. Un risultato che, se proiettato su scala nazionale in caso di elezioni anticipate, disegnerebbe uno scenario quasi impraticabile per Sánchez, il quale si trova dunque a governare una nazione che fiorisce mentre il suo sostegno politico agonizza.
La crisi di governo e il dilemma dell'opposizione
La sconfitta in Estremadura non è un episodio isolato, bensì l'ultimo anello di una catena di difficoltà che rischia di trasformare il percorso fino alla scadenza naturale della legislatura, nel 2027, in un vero e proprio campo minato. Il premier, barricatosi con i suoi fedelissimi, ha reagito annunciando un rimpasto di governo, un tentativo di dare nuova linfa all'esecutivo senza cedere alle pressioni che arrivano da più parti. Tuttavia, gli scandali giudiziari che hanno coinvolto persone vicine all'esecutivo continuano ad offrire un potente arsenale all'opposizione, la quale sfrutta ogni occasione per ricordare come la corruzione sia una piaga che il socialismo al governo non è riuscito a debellare. Intanto, anche il Partito Popolare si trova di fronte a un bivio cruciale, ossia se e quanto assorbire l'agenda più radicale di Santiago Abascal per capitalizzare il malcontento, una scelta che comporta rischi non indifferenti per la coesione del centrodestra.
L'incertezza come unica certezza
La fragilità politica dell'esecutivo socialista è ormai un dato di fatto, che le cronache nere degli ultimi tempi – con inchieste che hanno svelato reti illecite e sviluppi giudiziari ancora in corso – non fanno che accentuare, alimentando un clima di sfiducia. Sánchez, pur attaccandosi con determinazione al timone, deve fare i conti con una realtà che va ben al di là dei freddi numeri del Pil. La domanda sulla sua capacità di durare fino al 2027, pertanto, rimane sospesa, senza una risposta univoca. La stabilità, quella vera, sembra essere svanita, sostituita da un'incertezza che permea ogni discussione politica a Madrid, mentre l'ombra di elezioni anticipate, sebbene non invocate apertamente, comincia ad allungarsi sui prossimi mesi, rendendo ogni mossa del governo e dell'opposizione un calcolo perfetto per non perdere ulteriore terreno.




