“Franciscus. Fratello in arte”, Pistoletto ad Assisi e quel «primo santo dell’arte»

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L’eco della Rocca Maggiore, di solito abituata al silenzio delle pietre medievali, ieri ha risuonato di un verbo inedito. È bastato ascoltare Michelangelo Pistoletto mentre battezzava la sua ultima creatura, “Franciscus. Fratello in arte”, per capire che ci trovavamo di fronte a qualcosa di più di una semplice vernice. L’artista piemontese, che ha fatto dello specchio il suo cavallo di battaglia concettuale, non ha portato in Umbria quadri da ammirare passivamente, ma un atto performativo vero e proprio: la proclamazione di papa Francesco come “primo santo dell’arte”. Una definizione che, se letta con gli occhi del cronista, suona come un sasso lanciato nello stagno placido delle cronache religiose, ma che Pistoletto rivendica con la forza di chi ha rigirato tra le mani non solo un’idea, ma un oggetto sacro. La croce pettorale del pontefice scomparso, quella che Bergoglio ha portato per tutto il pontificato, è stata la scintilla. L’artista l’ha osservata a lungo, dopo averne ricevuta in dono una copia, e ci ha visto un paesaggio, non un simbolo di dolore. «Francesco ha voluto morire da artista», mi aveva confidato al telefono quella mattina d’ottobre quando ormai il 2025 volgeva al termine, «facendo della propria vita un’opera d’arte».

Un anno dopo, tra centenari e canonizzazioni laiche

La coincidenza temporale, a essere sinceri, è talmente perfetta da sembrare studiata a tavolino, eppure Pistolettogiura che sia solo il frutto di una necessità interiore. La mostra, inaugurata ieri e visitabile fino al 4 ottobre, cade esattamente nell’anno dell’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, colui che ispirò il nome del papa argentino. Ma c’è di più: cade anche a ridosso del primo anniversario della morte di Jorge Mario Bergoglio. Un doppio anniversario, insomma, che la fortezza sovrastante la città umbra assorbe come una spugna. Pistoletto, guardando alla storia, ha voluto saldare due "franceschi" in un unico abbraccio simbolico: quello del santo medievale che parlava ai lupi e quello del pontefice moderno che parlava al mondo intero. In questa prospettiva, la Rocca diventa il palcoscenico ideale per un dialogo serrato tra il "poverello" e colui che ha scelto di portare il suo stesso nome, trasformando la carica papale in un’esercitazione costante di umiltà.

L’arte come spazio di rivelazione e lo specchio senza fine

Attenzione, però. Quando Pistoletto parla di “santo”, non chiedetegli di inginocchiarsi. Lui stesso, attraverso il filtro critico di chi lo osserva, chiarisce che non c’è alcuna intenzione blasfema né parodica in questa operazione. Antonio Spadaro, che di cose ecclesiastiche se ne intende eccome, ha sottolineato come questa “canonizzazione” vada letta esclusivamente nella grammatica interna all’arte: un luogo, quest’ultimo, dove la rivelazione avviene attraverso la forma e il colore, non attraverso il miracolo. In fondo, si tratta di riconoscere in Bergoglio un “modello di umanità”, uno di quei rari casi in cui la biografia di un uomo diventa essa stessa un materiale nobile. Dentro le sale della Rocca, tra un “Terzo Paradiso” e un “Il tempo del giudizio”, lo spettatore è costretto a fare i conti con se stesso. Gli specchi di Pistoletto, si sa, non mentono e non decorano: includono chi guarda nell’opera, lo rendono complice. E così, mentre ci si avvicina alle installazioni, ci si accorge che il vero soggetto della mostra non è solo Francesco, ma siamo noi, il nostro sguardo, la nostra responsabilità di fronte a un’eredità spirituale che Pistoletto definisce “condivisa”.

La croce dell’agnello e il peso della pace preventiva

Torniamo al dettaglio, a quel pettorale che ha fatto scattare la scintilla creativa. Era il 22 ottobre dell’anno scorso quando la voce di Pistoletto, dall’alto della sua birreria biellese, mi spiegò la rivelazione avuta alle quattro del mattino. A differenza delle croci tradizionali, spesso scolpite nel legno del martirio, quella di Bergoglio raffigurava un pastore che regge un agnello sulle spalle. Sullo sfondo, un gregge di pecore disegnava l’orizzonte, come se la vita eterna fosse una campagna verdeggiante e non un giudizio universale. «La sua croce sono le braccia che tengono l’agnello» aveva ragionato l’artista, e in quella visione la durezza della crocifissione lasciava spazio alla dolcezza della cura. Non è un caso, dunque, che il percorso espositivo culmini con l’opera “Terzo Paradiso”, visibile dalla Torre Poligonale. Quell’emblema, fatto di tre cerchi che sintetizzano l’equilibrio tra natura e artificio umano, è per Pistoletto il simbolo della “pace preventiva”. Una provocazione, certo, ma anche una via d’uscita visiva a quell’orrore che lui, da artista, rifiuta di dipingere.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.