L’Iran tratta con la Fifa per spostare le sue partite dei Mondiali dagli Stati Uniti al Messico

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La nazionale di calcio dell’Iran, una delle prime squadre a essersi qualificata per la prossima Coppa del Mondo che si terrà tra Stati Uniti, Canada e Messico a partire dall’11 giugno, sta cercando di non rinunciare alla competizione, ma a condizioni radicalmente diverse da quelle stabilite dal sorteggio. La Federazione calcistica iraniana, per voce del suo presidente Mehdi Taj, ha ufficialmente avviato una trattativa con la Fifa per ottenere lo spostamento in Messico delle tre partite in programma sul territorio statunitense. La motivazione, esplicitata in un comunicato diffuso attraverso il profilo X dell’ambasciata iraniana in Messico, risiede nelle parole e nella posizione assunta dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il quale avrebbe dichiarato di non essere in grado di garantire l’incolumità della delegazione persiana.

Alla base di questa richiesta, che getta un’ombra senza precedenti sulla logistica del primo Mondiale allargato a 48 squadre, vi è il precipitare della situazione bellica in Medio Oriente. I recenti bombardamenti congiunti di Stati Uniti e Israele sul suolo iraniano, culminati in attacchi che hanno avuto come obiettivo anche alti esponenti politici e militari, hanno di fatto azzerato qualsiasi possibilità di dialogo o di normale svolgimento di un evento sportivo in territorio nemico. Il ministro dello Sport iraniano, Ahmad Donjamali, era già stato tranchant nei giorni scorsi, affermando che la partecipazione era da escludere tassativamente dopo l’uccisione di una figura apicale del regime, e le dichiarazioni di Trump, per quanto contraddittorie rispetto ai messaggi distensivi fatti filtrare in precedenza dalla Fifa, hanno fornito a Teheran l’appiglio formale per chiedere il cambio di sede.

L’Iran, inserito nel girone G, dovrebbe affrontare il 15 giugno la Nuova Zelanda a Los Angeles, quattro giorni più tardi il Belgio sempre nello stadio della metropoli californiana, per poi chiudere il 26 giugno a Seattle contro l’Egitto. È un calendario che la Federcalcio iraniana, attraverso il suo presidente Taj, ha definito impraticabile, rilanciando l’ipotesi di disputare l’intera fase a gironi in Messico, l’altro paese organizzatore insieme al Canada che non è direttamente coinvolto nelle ostilità. I messicani, dal canto loro, ospiteranno tredici partite in tre città diverse, tra cui l’incontro inaugurale a Città del Messico, e una ridistribuzione delle gare dell’Iran comporterebbe uno sforzo logistico organizzativo non indifferente per la Fifa, chiamata a districarsi tra i cavilli burocratici e le pressanti richieste di sicurezza.

La posizione della Federazione e le dichiarazioni contraddittorie

Il nodo principale, al di là della mera organizzazione, rimane quello della sicurezza e della volontà politica. Da un lato, il presidente della Fifa Gianni Infantino aveva cercato di mediare, riportando rassicurazioni ricevute direttamente da Trump circa l’accoglienza riservata alla squadra iraniana; dall’altro, le stesse parole del leader della Casa Bianca, rese pubbliche poco dopo, hanno di fatto contraddetto quell’ottimismo, parlando di opportunità e di rischi per la stessa incolumità degli atleti. Un assist, quest’ultimo, che la Federcalcio di Teheran ha colto al volo per legittimare la propria richiesta di trasferimento in Messico e per ribadire che l’eventuale esclusione dalla competizione non sarebbe stata una scelta autonoma, bensì la conseguenza dell’inadeguatezza di uno dei paesi ospitanti. La diplomazia sportiva si intreccia così inestricabilmente con le dinamiche belliche, in un braccio di ferro che vede l’Iran pronto a giocare, ma non negli Stati Uniti.

I precedenti e le complicazioni logistiche per la Fifa

Non è la prima volta che eventi bellici o tensioni geopolitiche condizionano lo svolgimento di manifestazioni sportive, e lo stesso organismo calcistico mondiale ha già dovuto gestire situazioni simili in passato, spostando partite per ragioni di sicurezza o imponendo sedi neutre a squadre in conflitto. Tuttavia, la complessità dell’edizione 2026, dispersa su tre nazioni e con un numero di partecipanti raddoppiato, rende questa evenienza particolarmente spinosa. Se la Fifa dovesse accogliere la richiesta iraniana, si aprirebbe un capitolo delicato legato ai diritti televisivi, alla vendita dei biglietti già effettuata per gli impianti statunitensi e alla pianificazione delle trasferte delle altre nazionali del girone, che si troverebbero a dover viaggiare verso il Messico anziché sulla costa occidentale degli Stati Uniti. Fonti vicine alla Federcalcio asiatica, nel frattempo, riferiscono che nessuna comunicazione ufficiale di ritiro è stata ancora notificata, segno che la trattativa con i vertici di Zurigo è in una fase cruciale e che Teheran intende giocare tutte le sue carte pur di esserci, anche a costo di rivoluzionare il tabellone.

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