Caprese Michelangelo, il padre dei bimbi allontanati: "Pronto al mea culpa, ma devono provare che ho sbagliato"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Raggiunto nella sua casa a La Creta di Caprese Michelangelo, Harald Leo Valentin, il padre privato dei due bambini di nove e cinque anni assieme alla madre Nadzeya, non cela la preoccupazione per il silenzio che da quarantotto giorni avvolge le sorti dei figli. Una preoccupazione che, come egli stesso dichiara, si trasforma in battaglia legale, tanto da aver presentato denuncia ai carabinieri, ritenendo che questi avrebbero dovuto impedire l’azione degli assistenti sociali e siano dunque «parte in causa». La sua posizione, sebbene esprima un’apertura verso un ipotetico riconoscimento di errori, è intransigente sul piano giuridico: reclama prove concrete delle presunte mancanze che hanno motivato un provvedimento che definisce ingiustificato.

Il provvedimento del tribunale e la vita isolata

Ad allontanare i minori, lo scorso 16 ottobre, è stato un decreto del giudice, atto definito «estrema ratio» nelle parole del magistrato Baumgartner, il quale ha sottolineato come simili decisioni siano eccezionali e gravose. Le motivazioni, stando a quanto emerso, affondano le radici in uno stile di vita volutamente segregato dal contesto sociale: i bambini, infatti, non erano stati sottoposti alle vaccinazioni obbligatorie, la loro socializzazione era ridotta al minimo e la stessa istruzione veniva impartita tra le mura domestiche, secondo la pratica dell’home schooling. Elementi che, valutati nel loro complesso, hanno sollevato forti perplessità presso le autorità competenti.

Il parallelo con il caso di Palmoli e il ruolo dei servizi

La vicenda, come inevitabile, riporta alla memoria il precedente della «famiglia nel bosco» di Palmoli, in Abruzzo, anch’essa caratterizzata da una scelta radicale di isolamento e da dinamiche assimilabili a quelle di una setta, definizione che è stata utilizzata anche per descrivere l’ambiente familiare dei coniugi Valentin. L’intervento, descritto con toni crudi dal padre, è avvenuto con la presenza congiunta degli assistenti sociali e della forza pubblica, un’operazione che ha lasciato nei genitori il ricordo traumatico delle urla dei figli e, da quel momento, un vuoto d’informazioni. I bambini, si apprende, sono attualmente collocati in una comunità protetta, dove è tuttavia consentito loro di mantenere un legame, seppur mediato, con la figura materna.

Le conseguenze immediate e il vuoto informativo

Quello che più tormenta Harald e Nadzeya, al di là delle questioni di principio e delle battaglie legali annunciate, è l’assoluta mancanza di notizie dirette sulla condizione dei loro figli. «Non sappiamo dove sono, come stanno, se sono insieme» ha affermato il padre, denunciando un muro di silenzio eretto dai servizi dopo l’esecuzione del provvedimento. Una situazione che acuisce il senso di ingiustizia e di impotenza, trasformando la loro attesa in un limbo angoscioso, mentre la macchina della giustizia, come è suo dovere, procede per accertare, al di là delle dichiarazioni pubbliche, la reale condizione di tutela dei minori e la fondatezza delle scelte educative e di vita operate dai genitori.

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