Il Cile volta pagina, il ritorno della destra più radicale riscrive la politica e l'economia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un vento gelido, carico di memorie sopite, sembra aver spazzato via, con un colpo secco, due decenni di transizione democratica in Cile. L'elezione di José Antonio Kast alla presidenza, ottenuta con un margine netto del 58% dei voti, non rappresenta una semplice alternanza tra schieramenti ma una frattura storica, un vero e proprio terremoto politico le cui scosse di assestamento promettono di modificare la geografia sociale ed economica del paese. Il fantasma di Augusto Pinochet, il dittatore che governò con il pugno di ferro dal 1973 al 1990, sembra rievocato non solo dall'ideologia dichiaratamente ammiratrice del nuovo inquilino della Moneda, ma da un sentimento di rigetto che una parte consistente del paese ha maturato verso le recenti esperienze progressiste.

La parabola del centrosinistra e il riflusso conservatore

La schiacciante vittoria di Kast, che ha surclassato la candidata comunista Jeannette Jara, affonda le radici in una sequenza di eventi politici che hanno progressivamente logorato il fronte di centrosinistra. L'entusiasmo iniziale che aveva accompagnato l'ascesa del giovane presidente Gabriel Boric, insediatosi nel marzo del 2022, si è dissolto in pochi mesi, come dimostra il plebiscito del settembre dello stesso anno in cui la proposta di una nuova Costituzione, definita da molti come eccessivamente radicale, fu respinta da oltre il 60% degli elettori. Quel voto, a cui fece seguito l'impotenza parlamentare di una coalizione che non deteneva la maggioranza, segnò l'inizio di un riflusso che ha trovato il suo compimento nelle urne, suggellando il fallimento di un ciclo politico apertosi con le massicce proteste sociali del 2019. Paradossalmente, quella spinta popolare che chiedeva un superamento dell'eredità di Pinochet si è conclusa con l'affermazione elettorale di chi quella eredità la esalta apertamente.

Le immediate ricadute economiche e gli scenari globali

Le conseguenze di questo cambiamento epocale si stanno già materializzando nel settore strategico delle materie prime, in particolare per il litio, metallo cruciale per la transizione energetica globale. Il Cile, che è tra i primi tre produttori mondiali insieme ad Australia e Cina, si appresta a rivedere profondamente le politiche di gestione di questa risorsa. L'indirizzo dell'amministrazione Kast punta decisamente verso una maggiore apertura ai capitali privati e un rafforzamento dei legami con gli Stati Uniti, ora guidati da Donald Trump, in una logica di diversificazione che mira a ridurre la dipendenza da Pechino. La Cina, che attualmente assorbe quasi due terzi delle esportazioni cilene di litio e rame, si trova quindi a dover fronteggiare una ridefinizione degli assetti commerciali in un'area di vitale interesse, mentre Santiago sembra voler riallineare la sua politica estera ed economica con Washington.

Il peso della storia e una società divisa

Oltre alle implicazioni economiche, l'ascesa di Kast riapre ferite che molti credevano in via di guarigione, ponendo interrogativi profondi sulla memoria collettiva. La vittoria arriva, non a caso, cinque anni dopo che un plebiscito storico aveva sancito, con quasi l'80% dei voti, la volontà di abbandonare la Costituzione eredità della dittatura, un percorso che poi si è arenato. Questo esito elettorale, che alcuni commentatori hanno già definito come l'avvento di un "pinochetismo 2.0", segna un capovolgimento di fronte che lascia intendere quanto il passato continui a essere un campo di battaglia ideologico. La società cilena, dopo anni di turbolenze e speranze disattese, si ritrova dunque a vivere una fase nuova e carica di tensioni, dove le fondamenta stesse del patto sociale post-dittatura sono chiamate a reggere l'urto di una volontà popolare profondamente polarizzata.

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