Il destino del regime di Teheran è nelle mani degli iraniani, dice Netanyahu
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Redazione Esteri
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La fine dell’attuale leadership iraniana, e più nello specifico il destino del regime degli ayatollah, rappresenta una questione che, nelle parole del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ricadrebbe in ultima analisi sulla volontà e sulle azioni del popolo iraniano. Nel corso di una visita svoltasi nella tarda serata di ieri presso il Centro Nazionale per le Operazioni di Emergenza Sanitaria, il leader israeliano ha ribadito un concetto già espresso in altre occasioni, ovvero che la speranza di Gerusalemme è quella di vedere la popolazione dell’Iran liberarsi da quello che ha definito il “giogo della tirannia”. “La nostra aspirazione”, ha dichiarato Netanyahu, “è quella di indurre il popolo iraniano a spezzare il giogo della tirannia; in ultima analisi, dipende da loro”. Una dichiarazione, questa, che giunge in un momento di massima tensione bellica, con gli attacchi che si intensificano su più fronti e mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, torna a parlare di una conclusione ormai prossima del conflitto.
La strategia israeliana tra pressione militare e appello alla rivolta popolare
Le parole del premier, per quanto possano apparire come un semplice auspicio, si inseriscono in realtà in un quadro strategico più ampio e ben definito. Non è la prima volta, del resto, che Netanyahu si rivolge direttamente ai cittadini iraniani: già nelle fasi iniziali dell’offensiva congiunta con gli Stati Uniti, aveva esortato la popolazione a non rimanere inerte e a prepararsi per prendere le strade, per “finire il lavoro” e rovesciare il governo. Quello che emerge, quindi, è un duplice binario su cui si muove l’azione israeliana: da un lato la poderosa offensiva militare – che ha visto, tra l’altro, i Pasdaran dichiarare di aver colpito la base americana di Al-Harir, nel Kurdistan iracheno, e nuove ondate di attacchi iraniani nel Golfo – e dall’altro un costante workio politico volto a incoraggiare un cambiamento dall’interno. “Non c’è dubbio”, ha aggiunto il primo ministro durante la sua visita, “che attraverso le azioni intraprese finora stiamo spezzando le loro ossa e siamo ancora attivi”, un’affermazione che lascia poco spazio a interpretazioni sulla determinazione di Israele nel proseguire la campagna, in coordinamento con Washington, nonostante le repliche di Teheran.
La risposta dei Pasdaran e il nodo della chiusura del conflitto
La reazione dell’Iran non si è fatta attendere, e proviene in particolare dai Guardiani della Rivoluzione, che hanno respinto con forza qualsiasi narrativa proveniente dall’asse israelo-statunitense. In una nota, il delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha affermato con decisione che “saremo noi a determinare la fine della guerra”, rigettando di fatto le tempistiche ipotizzate dall’amministrazione Trump. Il portavoce dei Pasdaran ha inoltre accusato il presidente americano di utilizzare “astuzia e inganno” per manipolare l’opinione pubblica, una mossa che Teheran legge come un tentativo di celare quelle che definisce “sconfitte vergognose”. Sul terreno, la situazione rimane incandescente: jet britannici sono stati impegnati nel Golfo per neutralizzare droni diretti in Giordania e Bahrein, mentre la Nato ha abbattuto un missile iraniano che stava violando lo spazio aereo della Turchia.
La missione europea e l’allarme per lo Stretto di Hormuz
Sul versante diplomatico e della sicurezza energetica, l’Europa cerca di ritagliarsi un ruolo, o quantomeno di proteggere i propri interessi vitali. Il presidente francese Emmanuel Macron, nel corso di una visita a Cipro, ha annunciato l’intenzione di predisporre una missione “difensiva” con l’obiettivo di riaprire lo Stretto di Hormuz, vitale per il transito di petrolio e gas. Una missione, ha precisato, che potrà concretizzarsi solo “dopo la fine della fase più calda della guerra”. L’inquietudine europea è palpabile, e lo dimostra la sottolineatura dello stesso Macron riguardo alla sovranità cipriota: un attacco all’isola, ha dichiarato, “è un attacco all’Europa”. Nel frattempo, mentre i raid israeliani contro Hezbollah nelle città di Tiro e Sidone vengono dati come imminenti e l’ambasciata americana invita i propri cittadini a lasciare quelle aree, il quadro che si delinea è quello di una regione in fiamme. E il riferimento alla caduta del regime di Teheran, più che una profezia, appare per ora una leva retorica usata da Netanyahu per mantenere alta la pressione, nella convinzione che le crepe nel fronte avversario possano allargarsi anche grazie alle difficoltà interne e alla resilienza di un popolo chiamato a scegliere da che parte stare.




