La superiorità dell’Occidente e il caos diplomatico dopo la guerra dei dodici giorni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre le tensioni tra Iran, Israele e Stati Uniti si sono temporaneamente placate con il cessate il fuoco ordinato da Trump, le conseguenze politiche e strategiche della cosiddetta "guerra dei dodici giorni" continuano a ripercuotersi sullo scenario internazionale. Nonostante le ripetute smentite di Washington e Gerusalemme, molti osservatori hanno insistito sull’idea che l’obiettivo ultimo del conflitto fosse il cambio di regime a Teheran, una prospettiva che, seppur negata ufficialmente, ha alimentato polemiche e divisioni persino all’interno della stampa occidentale.

L’attacco israeliano e statunitense, seguito dalla risposta missilistica iraniana, ha messo in luce la fragilità degli equilibri mediorientali, già logorati da decenni di rivalità geopolitiche. Ettore Sequi, ambasciatore italiano, intervenuto a La Strambata su Radiolina, ha sottolineato le contraddizioni tra i leader coinvolti e le difficoltà nel raggiungere un accordo stabile. "Gli Usa non sono più l’ombrello dell’Occidente", ha osservato, lasciando intendere che il tradizionale ruolo di garante esercitato da Washington potrebbe essersi indebolito.

Uno dei nodi centrali rimane il programma nucleare iraniano. Se da un lato americani e israeliani sostengono di aver inflitto danni irreparabili alle infrastrutture atomiche nemiche, dall’altro Teheran nega ogni debolezza, ammettendo solo lievi contraccolpi. La propaganda, come spesso accade dopo un conflitto, ha preso il posto delle armi, rendendo difficile discernere la realtà dalla retorica. Intanto, dietro le quinte, emerge lo scontro tra Washington e il governo Netanyahu, accusato di aver trascinato gli Stati Uniti in un’escalation pericolosa pur di sabotare ogni possibile dialogo tra Trump e l’Iran.

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