Il “Super Niño” del 2026 e quel segnale anomalo che arriva dal Pacifico

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Qualcosa si muove, silenziosamente, nelle profondità dell’Oceano Pacifico equatoriale. Una grande massa d’acqua calda – che gli oceanografi descrivono come un “blob” termico in lenta migrazione verso est – sta riorganizzando le correnti superficiali, producendo un’anomalia che i centri climatici internazionali, dalla NOAA all’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), hanno ormai imparato a riconoscere come il preludio di un evento destinato a ribaltare, ancora una volta, gli equilibri meteorologici di mezzo mondo. Il dato, tuttavia, che rende questo avvio del 2026 diverso da qualsiasi altra stagione degli ultimi dieci anni, non è tanto la semplice presenza di acque più calde del normale, bensì la convergenza senza precedenti dei modelli previsionali: per la prima volta da quasi un decennio, tutti gli strumenti puntano nella stessa direzione, indicando non solo l’imminente sviluppo di un El Niño, ma la sua probabile forza eccezionale.

Il riscaldamento silenzioso che cambia le carte in tavola

Secondo l’aggiornamento climatico stagionale globale diffuso dalla WMO, le temperature della superficie del mare lungo il Pacifico equatoriale hanno già superato alcune soglie di vigilanza, segnando un cambiamento netto rispetto alla fase neutra o addirittura fredda (La Niña) che aveva caratterizzato gli ultimi due anni. La finestra temporale indicata dagli esperti è quella compresa tra maggio e luglio del 2026, con una probabilità stimata al 62% – una percentuale che, per i parametri della meteorologia dinamica, costituisce ormai una certezza operativa. “Quello che emerge chiaramente dai diversi strumenti di previsione – ha spiegato a Ginevra, durante un briefing stampa, il responsabile delle previsioni climatiche della WMO, Wilfran Moufouma Okia – è che l’evento sarà forte”. Una dichiarazione che non lascia spazio a interpretazioni attenuative: non un El Niño moderato, ma uno di quelli capaci di imprimere una spinta ulteriore alle temperature globali, già da tempo stabilmente elevate.

L’allarme della comunità scientifica e i precedenti che insegnano

Nell’ultimo ciclo, un analogo fenomeno aveva spinto le temperature medie del pianeta a livelli record, innescando siccità estreme in alcune regioni dell’Asia sud-orientale e dell’Australia, precipitazioni alluvionali lungo la costa occidentale del Sudamerica, e un indebolimento dei monsoni in Africa subsahariana. Gli stessi meccanismi – quella riorganizzazione della circolazione atmosferica nota come “cellula di Walker” – potrebbero ripetersi, con l’aggravante che stavolta l’oceano di partenza è già più caldo a causa dell’accumulo di calore negli strati profondi. Il fenomeno, che i media anglosassoni hanno già ribattezzato “Super Niño”, non è quindi una semplice replica di eventi passati, ma una combinazione inedita tra un forzante naturale (l’oscillazione ENSO) e un contesto climatico di fondo ormai permanentemente alterato.

Le ripercussioni concrete su stagioni e raccolti

Le conseguenze, per l’emisfero boreale, si faranno sentire già dall’estate del 2026. L’Italia, tradizionalmente influenzata dalle teleconnessioni del Pacifico attraverso la modificazione della corrente a getto atlantica, potrebbe assistere a una stagione estiva più afosa e instabile del normale, con alternanza di ondate di calore intense e violenti episodi temporaleschi. Gli agricoltori, così come gli operatori del settore idroelettrico, monitorano da mesi questi segnali: un El Niño forte, infatti, tende a spostare verso nord le traiettorie delle perturbazioni atlantiche, riducendo le piogge sul Mediterraneo centrale e aumentandole sul versante settentrionale europeo. Un meccanismo che, se confermato nei prossimi aggiornamenti stagionali, richiederà una pianificazione degli invasi e delle riserve idriche ben diversa da quella degli ultimi inverni.

L’incertezza ridotta dai modelli e il valore di una previsione convergente

Ciò che più impressiona, nell’analisi dei dati diffusi a fine aprile 2026, è l’accordo tra i centri di calcolo. Solitamente, le proiezioni ENSO mostrano una forbice ampia di possibilità, con alcuni modelli che prevedono un evento debole e altri uno molto forte. Questa volta, invece, la dispersione statistica è ridotta al minimo: i principali modelli dinamici (americani, europei e giapponesi) indicano tutti un superamento della soglia di +1.5°C nell’anomalia termica della regione Niño 3.4, un valore che storicamente corrisponde a un evento di intensità forte o addirittura molto forte. La WMO ha quindi emesso un avviso operativo, senza attendere l’autunno come sarebbe stato consuetudine in passato: un segnale che la comunità scientifica internazionale considera ormai maturo per attivare protocolli di allerta preventiva in settori come l’agricoltura, la gestione delle risorse idriche e la salute pubblica, specialmente nei paesi tropicali più vulnerabili.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.