Elio, l’autismo di Dante e l’assenza dello Stato: «Chi non ha i miei mezzi è solo»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Erano i primi segnali, quelli che la moglie percepiva prima di lui, piccole anomalie nel comportamento di uno dei due gemelli – quel girare su sé stesso senza sosta, l’attenzione ossessiva per le trottole, lo sguardo che cercava gli oggetti e non le persone – e Stefano Belisari, in arte Elio, all’inizio la consolava, le diceva che tutto si sarebbe normalizzato, che era solo una fase della crescita. Poi arrivò la diagnosi, e con quella la scoperta di un paese, l’Italia, che lui definisce senza mezzi termini inesistente: «Mi sono accorto della quantità impressionante di persone con il mio stesso problema ma senza i mezzi che ho io per affrontarli», ha raccontato in una recente intervista rilasciata al Corriere della Sera, tornando a parlare del figlio Dante, sedicenne, e della fatica struggente che ha richiesto – e richiede – ogni singolo gesto quotidiano, dal mettersi una maglietta all’andare in bagno, fino al parlare -1-2-7.

La solitudine delle famiglie e l’anno zero dei servizi

La denuncia del frontman di Elio e le Storie Tese non è nuova – già nel 2018 parlava di «anno zero, anzi sottozero» – ma a distanza di otto anni, con un figlio che nel frattempo è cresciuto ed è diventato «consapevole, anche troppo», la fotografia che emerge è quella di un welfare che scarica interamente il peso sulle spalle dei nuclei familiari, costringendo chi può a farsi carico di terapie costose e chi non può ad arrancare nel silenzio generale -2. Per Dante, ha spiegato, è stato possibile tutto: è stato seguito, ha imparato ciò che sembrava precluso, lotta ogni giorno contro una prognosi che lo dava come inabile, eppure il cantante è lucido nell’ammettere il privilegio che ha permesso tutto questo, quel «noi ci siamo potuti permettere che fosse seguito» che suona come un atto d’accusa verso un sistema nel quale, paradossalmente, «proprio quando la mano pubblica dovrebbe riequilibrare le differenze, invece si accentuano le diseguaglianze sociali» -2-7.

È una questione di numeri, quelli che Elio snocciola quasi come fossero un partito polito – seicentomila casi registrati, un bambino ogni settantacinque nati – ma anche di invisibilità, di quell’esercito di persone mute che resta nascosto perché la vergogna sociale, in assenza di sostegno, diventa l’unica coperta con cui ripararsi -2. Non esiste un numero di telefono, ha raccontato, non esiste un indirizzo a cui presentarsi quando il maremoto della diagnosi travolge una famiglia; esistono associazioni, certo, e sono private, e questo per il cantante è il punto centrale della questione: il pubblico latita, si è messo in moto forse, ma lo ha fatto con tale lentezza e parsimonia da risultare di fatto fermo -2-7. Il Concertozzo, l’evento benefico nato con le Storie Tese e diventato negli anni un appuntamento fisso per migliaia di persone, è la risposta dal basso a un’assenza che viene dall’alto, un tentativo di sopperire a ciò che manca, di fare informazione e provare a smuovere istituzioni che sembrano sorde quanto distratte -5-7.

Sanremo, l’autotune e il paradosso di Ben Johnson

Parallelamente al racconto privato, che privato ormai non è più per scelta consapevole – perché parlare serve a non far sentire soli gli altri, a non trasformare la disabilità in un tabù da nascondere – Elio torna a infilare il dito nella piaga del Festival di Sanremo, che proprio in questi giorni celebra i suoi trent’anni dalla seconda posizione di La terra dei cachi, canzone che definiva profeticamente attuale -1. La stoccata al vincitore dell’ultima edizione, Olly, è secca e senza appello: quell’autotune usato per correggere le stonature è, nelle sue parole, esattamente la stessa cosa del doping di Ben Johnson a Seul, uno strumento che altera la prestazione e la svuota di significato, al punto che tanto varrebbe «prendere venti persone a caso e farle cantare sul palco dell’Ariston» -1. Non è la prima volta che il musicista milanese si scaglia contro quella che percepisce come una mancanza di inventiva, una piattezza creativa che – a suo dire – dal 1970 a oggi non ha prodotto nulla di veramente nuovo, e la replica di chi lo taccia di essere un boomer, un vecchio nostalgico, non lo sfiora minimamente -5-8.

Eppure, la riflessione di Belisari si allarga, e non si limita alla mera questione tecnologica: quando ricorda Pippo Baudo, che per anni li pressò per portarli al Festival mentre loro non ne avevano alcuna intenzione, e quando rievoca l’idea di presentarsi con «un pezzo bruttissimo» costruito su una parodia dell’artista impegnato, la parabola si fa più ampia e tocca il tema della ricezione culturale, di quelle cose che «infiammano le persone per cinque minuti e poi si passa come degli scemi ad altro» -1. L’aneddoto su Formigoni, che si infuriò per Parco Sempione senza averne capito il testo, è lì a dimostrare come la superficialità non sia un demerito esclusivo del presente, ma forse un vizio nazionale radicato, una costante che nemmeno trent’anni di storia riescono a scalfire -1.

Il silenzio della moglie e i nomi dei figli

Su un aspetto, Elio non ha mai ceduto, nemmeno quando ha scelto di aprire le porte della sua vita privata: il volto e il nome della moglie, colei che per prima capì, che si dedicò totalmente a Dante e che, citando gli antichi romani, «è il collo che decide come muovere il capo», restano gelosamente custoditi, l’unico argine a una narrazione che pure si fa intima e, a tratti, dolorosa -2-7. Dalla coppia, che ha affrontato insieme il percorso di terapie e abilitazione, viene anche l’aneddoto sui nomi dei gemelli, Ulisse e Dante: un giorno, al parco, una madre li sentì chiamare e li commentò come «strani», salvo poi rivelare che suo figlio si chiamava Kevin, scatenando in Elio una riflessione amara sul concetto di normalità e su quanto sia variabile, e spesso ingannevole, la percezione collettiva di ciò che è ordinario e di ciò che invece appare fuori posto -7.

Resta, sullo sfondo, quella vicenda giudiziaria mai archiviata, il sospetto che aleggia da trent’anni su una vittoria – quella di Giorgia nel 1996 – che forse non fu così netta, e quel carabiniere che off the record rivelò a Elio di aver vinto loro, aggiungendo che non si sarebbe potuto dire fino alla chiusura delle indagini, indagini che all’oggi, per quel che ne sa il diretto interessato, non risultano formalmente concluse -1. L’Italia non cambia mai, è la constatazione che chiude il cerchio: né nella musica, né nel welfare, né nella capacità di fare chiarezza.

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