Caffè e tè, i risultati dello studio sui consumi moderati che riducono il rischio di demenza

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Una ricerca pubblicata su Jama e condotta da un team della Harvard University di Boston, ha seguito per oltre quattro decenni le abitudini di consumo di caffè e tè di un campione molto ampio, composto da più di centotrentamila professionisti del settore sanitario, e ha trovato un’associazione tra l’assunzione moderata di queste bevande e un minor rischio di declino cognitivo. I partecipanti, tutti esenti da patologie gravi all’inizio dell’osservazione, sono stati monitorati a partire dagli anni Ottanta, con valutazioni periodiche dello stato di salute e delle abitudini alimentari. Durante il lungo follow-up, durato fino a quarantatré anni, sono stati registrati poco più di undicimila casi di demenza, e dall’analisi dei dati è emerso che coloro i quali consumavano regolarmente caffè, circa due o tre tazzine al giorno, presentavano un’incidenza della malattia inferiore del diciotto per cento rispetto a chi ne faceva un uso sporadico o nullo. Risultati simili sono stati osservati anche per il tè, con una riduzione del rischio associata a una o due tazze giornaliere. L’aspetto forse più interessante, e che suggerisce un ruolo centrale della caffeina, riguarda la mancata correlazione con il consumo di caffè decaffeinato, il quale non ha mostrato alcun effetto protettivo sulla salute cerebrale.

I meccanismi biologici e la quantità ideale secondo la ricerca

I ricercatori ipotizzano che i composti bioattivi presenti nel caffè e nel tè, in particolare i polifenoli e la stessa caffeina, possano esercitare un’azione neuroprotettiva riducendo l’infiammazione e lo stress ossidativo a livello neuronale, processi questi che sono notoriamente implicati nell’insorgenza e nella progressione delle demenze. La dose per la quale l’effetto benefico è risultato più marcato, come detto, si attesta su un consumo moderato: due o tre tazzine di caffè, o in alternativa una o due tazze di tè al giorno. Superare queste quantità, secondo i dati raccolti, non sembra conferire ulteriori vantaggi, confermando che l’associazione positiva segue un andamento non lineare. Un dato significativo, che rafforza l’ipotesi del ruolo chiave della caffeina, proviene dall’analisi dei consumatori di bevande decaffeinate: in questo sottogruppo, infatti, non si è osservata alcuna riduzione significativa del rischio di demenza né un miglioramento delle funzioni cognitive oggettive misurate attraverso specifici test, come il Telephone Interview for Cognitive Status (TICS), somministrati a una parte dei partecipanti.

La cautela imposta dalla natura osservazionale dello studio

Nonostante l’ampiezza del campione e la durata eccezionale del periodo di osservazione, elementi che conferiscono robustezza statistica ai risultati, gli stessi autori dello studio e numerosi esperti indipendenti, tra cui i medici del portale Dottore, ma è vero che…? della Fnomceo, invitano a interpretare i dati con la dovuta prudenza. La ragione principale risiede nel disegno dello studio, che è di tipo osservazionale e non randomizzato; ciò significa che i ricercatori si sono limitati a registrare le abitudini dei partecipanti senza intervenire attivamente per modificare la loro dieta, e questo tipo di impostazione non consente di stabilire un nesso di causalità diretto tra il consumo di caffè e la protezione dalla demenza. Potrebbero entrare in gioco, e i dati non permettono di escluderlo con certezza, i cosiddetti “fattori di confondimento”: è possibile, cioè, che le persone che bevono abitualmente caffè o tè seguano anche uno stile di vita complessivamente più sano, caratterizzato da una maggiore attività fisica, un’alimentazione più equilibrata e una minore prevalenza di abitudini voluttuarie come il fumo, e siano proprio questi fattori, piuttosto che la tazzina di caffè, a incidere sulla riduzione del rischio.

Il confronto con il decaffeinato e le implicazioni per la prevenzione

L’evidenza che il caffè decaffeinato non produca gli stessi effetti protettivi del caffè normale rappresenta un tassello importante per orientare la ricerca futura, ma non deve essere frettolosamente interpretata come la prova definitiva che sia la caffeina l’unico agente attivo in questa complessa equazione. Il caffè, così come il tè, contiene centinaia di sostanze diverse, molte delle quali con proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, e potrebbe essere l’interazione sinergica di questi composti con la caffeina a determinare il beneficio osservato. Alcuni ricercatori, come il cardiologo John Mandrola, hanno sottolineato come studi osservazionali di questo tipo, pur suggestivi, vadano sempre presi per quello che sono: delle fotografie che mostrano una correlazione, non una dimostrazione di causa-effetto. Serviranno quindi ulteriori ricerche, possibilmente studi clinici randomizzati e controllati, per chiarire i meccanismi attraverso cui il consumo di caffè e tè potrebbe influenzare la salute del cervello e per comprendere se la caffeina, da sola o in combinazione con altri nutrienti, possa davvero rappresentare uno strumento di prevenzione accessibile ed efficace contro il declino cognitivo legato all’età.

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