Fibrillazione atriale, a Firenze il primo intervento firmato PFA: quella “scossa” che salva il cuore
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Redazione Salute
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Quando il cuore perde il ritmo, e lo fa in modo caotico e spesso asintomatico, il rischio di complicanze, si sa, diventa concreto. Parliamo della fibrillazione atriale, l’aritmia più diffusa nei paesi occidentali, che da sola è responsabile di una fetta importante di accessi ospedalieri legati a problemi cardiovascolari. Se a questo si aggiunge che i trattamenti tradizionali, pur efficaci, hanno sempre scontato il limite di un approccio “termico” – caldo o freddo che fosse – con i conseguenti rischi per i tessuti molli circostanti (come l’esofago o i nervi), si capisce bene l’attesa per una svolta. Questa svolta, almeno sulla carta e ora anche nella pratica clinica italiana, risponde al nome di elettroporazione o, per usare la sigla tecnica, Pulsed Field Ablation (PFA).
Villa Donatello, il 30 aprile l’addio al calore nella sanità privata
La notizia, destinata a fare rumore negli ambienti cardiologici, arriva da Firenze. Precisamente da Villa Donatello, dove lo scorso 30 aprile un’équipe di specialisti ha eseguito il primo intervento in quella struttura utilizzando questa tecnologia di nuova generazione. A manovrare i cateteri, come riportano le cronache locali, sono stati i dottori Andrea Colella, Andrea Bernardini e Luca Panchetti, i quali hanno voluto sottolineare un aspetto non secondario: il contesto privato (proprio come Villa Donatello) può rappresentare un laboratorio ideale per fare gruppo, mettendo assieme primi operatori che lavorano in tre aziende ospedaliere toscane diverse, superando le barriere fisiche per risolvere un caso clinico complesso.
Ma in cosa è diversa questa “scossa” da quelle a cui eravamo abituati? A differenza della radiofrequenza (calore) o della crioballoon (freddo), la PFA utilizza impulsi elettrici ad alta intensità, ma dalla durata brevissima. In pratica, si creano dei micropori irreversibili nella membrana delle cellule miocardiche responsabili dell’aritmia, portandole alla morte selettiva senza alterare le strutture vicine. È una sorta di “bisturi invisibile” che risparmia ciò che non deve essere toccato.
Dai tempi ridotti alla sicurezza: i vantaggi della nuova tecnica
La vera rivoluzione, per chi è abituato a operare in elettrofisiologia, sta proprio qui: la sicurezza. Con le tecniche tradizionali, l’energia termica non distingue perfettamente tra il tessuto malato e quello sano, esponendo a rischi non indifferenti per l’esofago (il famoso rischio di fistola atrio-esofagea) o per il nervo frenico. La PFA aggredisce solo i cardiomiociti, preservando l’integrità delle pareti dei vasi e dei nervi. E poi c’è la questione dei tempi: se un’ablazione standard può superare le due ore, con questa tecnologia si parla di procedure che durano in media una cinquantina di minuti. Meno tempo sotto sedazione, meno esposizione ai raggi X per pazienti e operatori, e una dimissione più rapida.
Non è un caso che questa strada sia stata imboccata anche da altre realtà pubbliche, come l’ASST di Crema diretta da Michele Cacucci, dove il dottor Enrico Chieffo ha integrato la PFA con sistemi di mappaggio tridimensionale avanzato (il CARTO 3) per verificare in tempo reale l’efficacia delle lesioni.
Lo studio Avant Guard e il cambio di passo per la fibrillazione persistente
Ma c’è un altro fronte, forse ancora più importante, che si sta aprendo grazie a questa innovazione. Le linee guida tradizionali, lo sappiamo, riservano l’ablazione ai pazienti che non rispondono ai farmaci. Tuttavia, uno studio recente destinato a fare scuola – lo studio AVANT GUARD pubblicato sul New England Journal of Medicine – ha scosso le acque per la fibrillazione atriale persistente. Gli autori hanno scoperto che usare la PFA come terapia di prima linea, invece di aspettare che i farmaci falliscano, riduce il rischio di recidiva di oltre il 50% rispetto al solo approccio farmacologico.
La ricerca, che ha coinvolto centinaia di pazienti, ha dovuto fare i conti anche con un momento di difficoltà: una pausa temporanea a causa di alcuni eventi neurologici osservati (sei ictus procedurali). Dopo aver modificato il protocollo, irrigidendo i criteri di esclusione per i pazienti ad alto rischio tromboembolico e implementando l’anticoagulazione, non si sono più registrati episodi simili. Questo dimostra come, anche nella corsa all’innovazione, la prudenza clinica resti la bussola.




